• Informasalute N.64

    Informasalute N.64

    Settembre 2018

    Luca Russo: un anno dopo

    Leggi tutto

  • Informasalute N.63

    Informasalute N.63

    Luglio 2018

    Antonella Brunello: una Bassanese in Europa

    Leggi tutto

  • Informasalute N.62

    Informasalute N.62

    Maggio 2018

    Nicole Orlando: sono down e sono felice

    Leggi tutto

  • Informasalute N.61

    Informasalute N.61

    Marzo 2018

    Fiammetta Borsellino: rabbia per un processo farsa

    Leggi tutto

  • Informasalute N.60

    Informasalute N.60

    Gennaio 2018

    Shari Moretto: mens sana in corpore sano.

    Leggi tutto

Angeli nell’Inferno: grande guerra e sanità

La grande guerra e la sanità: le emergenze di cento anni fa.

DALLA TRINCEA ALLA CORSIA: L’ASSISTENZA DI FERITI E MALATI NEL 1915-18

“Perché non scriviamo un articolo sul centenario della Prima Guerra Mondiale?”.

La domanda dell’editore di InFormaSalute Romano Clemente ha trovato da parte mia un’immediata risposta positiva.
Il nostro editore – in veste di ex maresciallo maggiore degli Alpini, con gli ultimi anni di carriera militare trascorsi alla Caserma Montegrappa di Bassano – è particolarmente sensibile all’argomento.

Tuttavia, in una rivista come la nostra, scrivere di battaglie sarebbe fuori luogo. Ci sono altre testate e soprattutto altri libri, affidati ad autorevoli storici, che possono occuparsi degli aspetti propriamente bellici di quella immane tragedia di un secolo fa.

Ma la Grande Guerra, proprio perché scenario quotidiano di un gigantesco sacrificio di morti e feriti, ha rappresentato anche uno sconvolgimento di grande impatto per i territori vicini al fronte: e cioè un’emergenza sanitaria di dimensioni inaudite. Un dramma che nei 41 ininterrotti mesi di guerra ha necessariamente stravolto l’organizzazione civile delle città e dei paesi delle retrovie già compresi nell’ampia zona di interesse delle operazioni di trasporto e di manovra dell’esercito.

Ed è questo il lato della questione che più direttamente ci riguarda. Da questo punto di vista, e grazie alle nuove indagini storiche che hanno preso impulso proprio dal centenario della Prima Guerra Mondiale, è emerso uno scenario che prima di adesso era poco studiato e quindi poco conosciuto: il grande contributo del territorio del Veneto alla presa in carico sanitaria dei soldati – non solo quelli del Regio Esercito, ma anche del nemico austroungarico – colpiti dalle armi del conflitto ma anche debilitati dalle epidemie (particolarmente grave quella dell’influenza “spagnola” nel 1918) e dalle condizioni igienico-sanitarie della vita in trincea.

Non solo feriti dunque, ma anche malati. E l’alta incidenza delle “patologie di guerra” tra i soldati è testimoniata dal fatto che circa il 20 per cento dei caduti italiani entro il 1918, e cioè uno su cinque, sono morti per malattia. Ospedali militari, ospedali da campo, ospedaletti di tappa, reparti mobili “someggiati” (e cioè trasportati a dorso di quadrupede), stazioni di disinfestazione, sezioni sanitarie. Dalla trincea alla corsia, sono state diverse le forme di intervento per fronteggiare l’enorme domanda di cure mediche per i combattenti. Talmente enorme che la sanità militare, nella sola nostra regione, ha dovuto appropriarsi di un numero spropositato di edifici civili e religiosi per adibirli a sezioni ospedaliere o di pronto soccorso.

Come si apprende dal libro “La Grande Guerra 1914-1918” di Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, già nel giugno 1915 l’esercito italiano disponeva di 24.000 posti letto al fronte e di oltre 100.000 nelle retrovie e nel Paese, con un migliaio di medici, in gran parte in servizio effettivo. Un “organigramma” che subito si rivelò tragicamente insufficiente. Alla fine del 1916 – e quindi prima ancora della disfatta e conseguente ritirata di Caporetto dell’ottobre-novembre 1917 – i posti letto al fronte erano saliti a 100.000.

Venne potenziata soprattutto l’organizzazione dello sgombero di feriti e malati verso il Paese, dove fu creata un’imponente rete di ospedali e di convalescenziari – oltre un migliaio -, in parte minore utilizzando le strutture sanitarie civili già esistenti e in parte maggiore appunto con la requisizione di caserme, scuole, collegi, seminari e alberghi.
Alla fine del conflitto si registravano al fronte 96 sezioni sanità, 234 ospedali da 50 letti, 167 da 100 letti, 46 da 200 letti, 9 ambulanze chirurgiche e 17 radiologiche, 38 sezioni di disinfezione. Nel Paese invece, in totale, i posti letto si erano quasi quintuplicati rispetto a due anni prima, avvicinandosi al mezzo milione. La provincia di Vicenza, non solo per gli eventi bellici ma anche per le risposte sanitarie ad essi conseguenti, è stata sempre in prima linea dall’inizio e fino all’ultimo. Sul forte Verena, sull’Altopiano dei Sette Comuni, è stato sparato il primo colpo di cannone il 24 maggio 1915 e sul Grappa si è combattuto fino all’autunno del 1918, finché il 4 novembre l’esito conclusivo della battaglia di Vittorio Veneto non avrebbe posto fine alla guerra con l’armistizio firmato a Villa Giusti presso Padova e con una vittoria costata solo sul fronte italiano oltre 700.000 vittime e più di un milione tra mutilati, feriti e invalidi. Tra quell’inizio e quella fine, si è dipanata la storia infinita delle strutture sanitarie messe a disposizione delle truppe in battaglia. E il Vicentino, come evidenziato da una pregevole ricerca dell’Istituto “Rezzara” di Vicenza, ha dato tantissimo.

Qualche esempio? Restringendo il campo alla sola area geografica della nostra attuale Ulss 7, a Marostica c’erano un ospedale della 1° Armata nella sede dell’attuale ex ospedale e un altro ospedale da campo della 6° Armata a Marsan. A Molvena, tra il 1917 e 18, operavano un ospedale da campo della 6° Armata e un ospedale di guerra gestito dalla Croce Rossa. Villaverla ospitava un ospedale da campo presso Villa Dalla Negra dove morirono parecchi soldati e fu curato anche il generale Pecori Giraldi. A Thiene l’arciprete dell’epoca, mons. Giuseppe Flucco, visti gli arrivi importanti di militari feriti fece approntare due ospedali militari: il Boldrini e il Barcon.

Al municipio di Caltrano era collocata una Sezione di Sanità che riceveva gli ammalati e li smistava in altre unità sanitarie a Breganze e a Lugo e in altri ospedali. A Schio anche l’oratorio salesiano veniva utilizzato come ospedale militare. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

In generale, l’ordine per i medici militari era quello di “rappezzare i soldati e rispedirli al fronte”. Secondo la testimonianza di un corsista dell’ospedale da campo di Villa Tacchi a Marola, la dotazione della squadra sanitaria era composta da “una borsa di garze, bende, lacci emostatici, filo per suture, siringhe, disinfettanti (iodio, alcol, etere, cloroformio, antiparassitari) e fiale di morfina”. Non si prestava soccorso a coloro per i quali ogni aiuto risultava inutile. Ai soldati che stavano per morire, a volte venivano tolte le fasciature per la carenza di garze. È solo la testimonianza riguardante un unico presidio sanitario, ma che la dice lunga sulle condizioni in cui l’emergenza poteva essere affrontata soprattutto nelle strutture più piccole.

Ricerca storica del “Rezzara” a parte, è notorio il ruolo svolto dalla città di Bassano nell’assistenza ai feriti e malati di guerra. Nell’imponente edificio delle scuole elementari “Principe Umberto” (oggi scuola primaria “Mazzini”) venne allestito il più importante ospedale militare della città. Con inevitabili problemi per la comunità locale, che in una Bassano che arrivò a contare cinque ospedali di guerra collocati in buona parte in sedi di scuole dovette affrontare non pochi sacrifici per il regolare svolgimento dell’anno scolastico.

Storie di difficile convivenza tra un Paese in guerra e lo stesso Paese che cercava di proseguire a stento le attività della vita normale. E sempre a Bassano a Villa Ca’ Erizzo – oggi Villa Ca’ Erizzo Luca – si trovava la sede della American Red Cross con i mezzi di soccorso adibiti al trasporto dei feriti, in particolare dal fronte del Grappa. Qui, nell’ottobre 1918, prestò servizio come autista volontario di ambulanza l’allora 19enne e futuro Premio Nobel per la Letteratura Ernest Hemingway. Mi fermo qui: il resoconto potrebbe proseguire, ma motivi di spazio e di rispetto per la pazienza dei nostri lettori me lo impediscono. Per quanto ci riguarda, il centenario della Grande Guerra vuole essere anche un omaggio ai tanti medici, infermieri e portaferiti che in condizioni estreme hanno tentato di salvare il salvabile. Angeli nell’Inferno che, dopo un secolo esatto, meriterebbero il Premio Nobel per la Pace.

di Alessandro Tich

 

Alessandro Tich

Condirettore

InForma Salute
    • Casa Editrice

      Agenzia Pubblicitaria Europa 92
      Via Pio IX 27 - 36061 Bassano del Grappa (Vi)
      C.F.: 02101360242

      info@informasalute.net
      tel: 0424.510855
      mobile: 0039.335.7781979

      Seguici su

    • Redazione

      Direttore Responsabile
      Angelica Montagna

      Condirettore
      Alessandro Tich

      Coordinatore Editoriale
      Ledy Clemente
      Romano Clemente

      Redazione
      Endrius Salvalaggio
      Cinzia dal Brolo - Giovanna Bagnara
      Barbara Bagnara

      redazione@informasalute.net

    • Contattaci

      Nome e Cognome (richiesto):


      E-Mail (richiesto):


      Messaggio (richiesto):


      Clicca sul riquadro sottostante per dimostrare che sei umano (richiesto):