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Bimbo a letto con la febbre? Lo consoliamo così

Intervista alla D.ssa Ornella Minuzzo psicologa-psicoterapeuta-neuropsicologa, Pres. Associazione Psicologi Marosticensi.

Con la prima settimana di febbraio, ecco arrivare il previsto picco stagionale dell’influenza che in Veneto, dall’inizio della stagione, ha già interessato 138mila persone. La fascia più colpita sono i bambini fino a quattro anni. Come riuscire ad allietare le giornate dei nostri piccoli malati? Lo abbiamo chiesto all’esperta.

Spesso i genitori sottovalutano lo stato d’animo dei bambini costretti a letto. Che sentimenti possono provare?

Naturalmente dipende molto dall’età del bambino, lo stesso disagio fisico verrà vissuto in modo diverso da un bambino neonato rispetto a uno di tre o dodici anni. Ammalarsi costituisce per tutti, adulti e piccini, un evento stressante (sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista psichico) che, per quanto breve, per tutta la sua durata sconvolge l’esistenza di chi ne è affetto. Inoltre la malattia restringe il loro campo di libertà costringendoli a letto o comunque a casa. Per capire le reazioni del bambino alla malattia, è importante considerare quale sia la storia del bambino e soprattutto quale sia lo stile educativo e il clima della sua famiglia. L’aver già subito traumi o l’esser già stati ammalati influirà sulle reazioni bei bambini ammalati. Riguardo alle spiegazioni da dare al suo malessere dobbiamo considerare che un bambino ragiona da bambino. Ciò significa che, finché non termina la sua maturazione cognitiva con l’adolescenza, dovremmo prima capire a che stadio di ragionamento il piccolo si trova prendendo come spunto, ad esempio, gli studi di Piaget il quale afferma che nei primi sette anni, il pensiero del bambino può essere definito come magico, non basato quindi su criteri logici e molto differente dal pensiero dell’adulto.

Cosa si intende per “pensiero magico”?

Il pensiero magico del bambino assolve a funzioni molteplici: prima di tutto lo difende dalla possibile ansia che può insorgere di fronte a ciò che è sconosciuto. Il bambino costruisce spesso rituali che lo tranquillizzano, per esempio può ripetere una parola o un’azione molte volte perché una paura o un dolore sparisca. Più il bambino è piccolo più si affida al pensiero magico caratterizzato dalla possibilità di vedere il rapporto causa effetto dove si vuole o dove si immagina che sia. Inoltre il bambino possiede un ragionamento concreto; sarebbe meglio non parlare con lui in termini astratti, ma renderli concreti anche con degli esempi (la malattia ha un nome e può anche avere un aspetto che la caratterizza).

E’ meglio minimizzare la cosa o invece dare la giusta importanza al momento?

Bruno Bettelheim nel suo fondamentale libro “ Un genitore quasi perfetto” (1987) afferma che se vogliamo che la vita famigliare possa trovare una solida base nei legami affettivi che i membri della famiglia formano tra loro dobbiamo prendere molto seriamente i sentimenti di ciascuno, soprattutto i sentimenti di dolore e infelicità. E’ dunque particolarmente importante che stiamo vicini ai nostri figli, con tutto il nostro affetto e dedizione, quando essi sono malati o provano sentimenti di dolore e infelicità. Un tempo erano le necessità primarie che tenevano unita la famiglia, oggi tutto questo è affidato ai legami affettivi. Più riusciremo a fortificarli, più i nostri figli diventeranno persone forti e sicure. Il nostro compito di genitori non consiste nell’evitare ai nostri figli il dolore ma di tenerli per mano e di camminare insieme attraverso il dolore, fisico ma non solo, insegnando loro il modo per affrontarlo. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, nell’infanzia, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita

Sappiamo che per un bambino ammalato il tempo non passa mai: come alleviare quei momenti?

Anche in questo caso l’età è di fondamentale importanza, la malattia può essere un’occasione per stare più vicini ai nostri figli ma, se per un bimbo molto piccolo può essere molto gratificante essere cullati tra le braccia materne, per un bambino di età scolare può accadere che la forzata inattività dia luogo a noia. Pensare a colmare questi momenti giocando insieme o leggendo loro dei libri adatti all’età può essere un’ottima soluzione. E rappresenta anche un modo più profondo di comunicare e di capire i nostri figli. “Il gioco- afferma la famosa psicologa Silvia Vegetti Finzi- è il linguaggio segreto in cui il bambino esprime in una forma simbolica, difficile da decifrare anche per lui, problemi emotivi di cui è inconsapevole”. Il gioco ha, per il bambino, un effetto liberatorio: in modo del tutto inconsapevole gli consente di realizzare i suoi desideri, compensare le sue frustrazioni e controllare le sue angosce. Per questo giocare, anche quando è malato, per il bambino è un’ottima terapia. La scelta del gioco, che dovrebbe lasciare spazio alla sua fantasia e alla sua creatività, dipende naturalmente dall’età e dalle preferenze del bambino.

di Angelica Montagna


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