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Carenze in organico

Intervista al dott. Bortolo Simoni, commissario dell’Azienda Ulss 7 Pedemontana

Medici specialisti in calo, difficoltà a reperirne nuovi. Ma è una tendenza che va affrontata con le opportune contromisure

Non è ancora un’emergenza, ma è un primo campanello di allarme. La tendenza della cosiddetta “dotazione organica” dell’Ulss 7 Pedemontana è in progressivo, anche se non consistente calo: nel triennio 2016-2018 l’entità complessiva del personale dipendente è calata da 4112 a 3971 unità.
La curva in ribasso (dato aggiornato al 31 dicembre 2018) riguarda anche i medici, che dai 569 di tre anni fa sono scesi a 538. Mancano pertanto all’appello almeno 30 medici, una quindicina dei quali nelle sole strutture dei Pronto Soccorso degli Ospedali di Bassano e di Santorso. Per il Commissario dell’Ulss 7 dottor Bortolo Simoni “la situazione non è drammatica ma la tendenza preoccupa e va invertita”. È la conseguenza dell’odierna difficoltà delle Asl a reperire medici specialisti, a fronte della quale vanno tuttavia messe in atto le opportune contromisure che dipendono anche dai provvedimenti della politica sanitaria nazionale. Per il dott. Simoni “il fenomeno è ancora nella fase iniziale”, ma la futura prospettiva del pensionamento di molti medici in organico trasforma l’esigenza della loro sostituzione in una necessità che va affrontata fin da adesso.

Dunque dott. Simoni, dal punto di vista generale quali sono le maggiori problematiche e criticità riscontrate circa la dotazione di personale nell’Ulss 7 Pedemontana?

In questo momento il tema della carenza di personale nella nostra Ulss 7, ma che è un tema più generale, direi di livello regionale e anche nazionale, è quello della diffusa carenza di medici specialisti, soprattutto in alcune branche, che diventa critica in alcuni ambiti quali Pronto Soccorso, Ortopedia, Radiologia, Pediatria, Anestesia e Rianimazione. Queste sono le branche dove principalmente mancano i medici. Ma diffusamente un po’ anche nelle branche più comuni come la Cardiologia o la Medicina Interna oggi si fa fatica a reclutare medici specialisti negli ospedali.

Nello specifico, come si riflette questa tendenza al ribasso sull’organico dei medici negli ospedali di Bassano, Santorso e Asiago?

Ci tengo a dire che fino ad oggi, valutando anche i dati dell’ultimo triennio, non ci sono carenze importanti nei numeri assoluti del personale a disposizione. Il personale aziendale, che è di circa poco meno di 4000 unità, è rimasto stabile anche negli ultimi tre anni. Si cominciano a notare qua e là delle carenze. Questo vuol dire che per esempio nei Pronto Soccorso e nelle Ortopedie abbiamo avuto criticità di reparti che facevano fatica a trovare il numero sufficiente di medici per organizzare normalmente le attività di reparto. Quindi ancora il fenomeno è nella fase iniziale, ma diventerà più acuto mano a mano che passa il tempo per l’aumento dell’età e per l’uscita per pensionamento delle classi di età dei medici che sono quelle proprie, a cominciare da Quota 100, a seguito delle modifiche anche del sistema pensionistico.

Qual è invece la situazione per la sanità del territorio?

Il territorio si comporta in modo analogo. Anche i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta hanno un’età media piuttosto elevata. Ci sono molti medici di famiglia che stanno per lasciare e anche in quel caso ogni volta viene individuata una zona carente e viene dato un incarico provvisorio. Non sempre si trova chi va a sostituire il medico, soprattutto nelle zone cosiddette disagiate. Poi subentra il nuovo incaricato attraverso dei meccanismi che però hanno un tempo di lentezza piuttosto lungo e lasciano spesso i 1500 assistiti del medico che se ne va in situazione di difficoltà.

Riguardo alla richiesta alla Regione di nuove assunzioni, quali sono le risposte?

Direi che ormai da un paio d’anni la Regione di fatto autorizza quasi il 100% delle richieste che noi facciamo. Non è un problema di autorizzazione e non è nemmeno un problema economico. È un problema di reperimento di forza lavoro con determinate caratteristiche perché la legge impone che nel Servizio Sanitario Nazionale, e parlo dei medici, si entri solo con una laurea in Medicina, corso legale 6 anni, e con una specializzazione di una disciplina qualsiasi la cui durata è da 4 a 5 anni. Quindi 6+4 uguale 10, 6+5 uguale 11 anni. Questo è il percorso per poter avere un medico che possa avere i requisiti di entrata nei concorsi del Servizio Sanitario pubblico.

Quali sono le altre azioni messe in campo dall’Ulss 7 Pedemontana per fronteggiare il problema?

Le azioni sono quelle che fanno un po’ tutti. Ci stiamo adeguando nella turnistica e stiamo cercando di privilegiare le azioni gerarchicamente più rilevanti. Faccio l’esempio di un reparto come la Cardiologia dove ci sono diverse attività: c’è l’Unità Coronarica, c’è la degenza ordinaria, c’è la sala endoscopica per la parte interventistica, ci sono gli ambulatori con tecnologia e ci sono gli ambulatori ordinari. È chiaro che mano a mano che si riducono gli organici, ci sono dei ritocchi dei turni che vanno a cadere, purtroppo come primo risultato delle riorganizzazioni, in un allungamento dei tempi di attesa per le attività che sono quelle di visita ordinaria, eccetera. Si privilegia la parte “guardia e reperibilità” e gli interventi di urgenza e emergenza.

In definitiva quali scenari si aprono, sotto il profilo della dotazione di personale, da qui a breve termine?

Qui il tema è molto complesso. Ormai a gran voce le Regioni stanno chiedendo al Governo degli interventi per quel che riguarda due passaggi fondamentali: il numero chiuso dell’ingresso degli studenti alla facoltà di Medicina – e quindi riaprire, com’era qualche anno fa, la possibilità per tutti di accedere senza test di selezione e dunque aumentare il numero degli ingressi – e soprattutto aumentare e adeguare al rialzo, ma di molto, il numero delle borse di studio per le scuole di specializzazione. Queste sono due misure governative.

La Regione Veneto, nelle 23 materie del Pacchetto Autonomia che andrà in discussione, ha proposto altre soluzioni che potrebbero essere anche soluzioni-tampone, alcune delle quali sono anche contenute nella Legge Finanziaria. La Regione chiede per esempio che gli studenti possano entrare a lavorare negli ospedali e fare una forma di specializzazione-lavoro. Cioè lavorare già dopo la laurea e acquisire così la specialità già lavorando e pertanto fornendo prestazione d’opera e quindi l’attività medica all’interno degli ospedali. Questa è una possibile soluzione. Come anche il reclutamento di pensionati: è un’altra soluzione che si pensa di mettere in atto. Cioè ripescare quei bravi medici esperti, pensionati, che magari vanno in pensione per limiti di età e che avrebbero ancora qualcosa da dare, che la legge vieta oggi di poter reclutare. Aprire questa strada potrebbe essere una misura che aiuta a transitare.

In caso di extrema ratio noi stiamo assumendo anche medici libero professionisti a integrare i medici strutturati attraverso quel meccanismo che si chiama “interruzione di pubblico servizio”. Cioè quando l’acqua arriva alla gola, quando c’è una situazione di vera emergenza, si adottano anche misure di questo tipo. Però valgono per pochi mesi, fino a quando la situazione non si ripristina. Sullo sfondo c’è un discorso strategico grosso, anche questo di livello nazionale: copiare dal mondo anglosassone, far fare meno attività ai medici che nel modello italiano fanno di tutto e far fare di più alle altre professioni sanitarie quali gli infermieri, i tecnici sanitari, le ostetriche. Abbiamo una miriade di persone che non fanno mancare la manodopera e che oggi sono tutte laureate. Servirebbe quindi alzare il target di attività di queste figure, restringendo il campo di attività dei medici in modo da farceli bastare, se sono pochi.

di Alessandro Tich

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