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Cervelli in fuga

Il paese dei balocchi elettronici: le insidie per gli adolescenti

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità la dipendenza da videogiochi è una malattia mentale. Il suo nome internazionale è “gaming disorder”. Si tratta della dipendenza da videogiochi. Ore e ore e ancora ore della giornata trascorse davanti allo schermo – sia esso di una Tv, di un computer, di un tablet o di uno smartphone – per cimentarsi senza fine nelle sfide virtuali proposte da questo o da quell’altro “ultimo ritrovato” del Paese dei Balocchi elettronici. La notizia è che da oggi la dipendenza da gioco digitale è una malattia.

Lo ha stabilito l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha inserito il “gaming disorder” nel capitolo delle patologie mentali dell’International Classification of Diseases (ICD): l’elenco ufficiale delle malattie riconosciute il cui aggiornamento è stato appena pubblicato. Secondo l’OMS la dipendenza da videogioco consiste “in un modello di comportamento di gioco persistente o ricorrente (gioco digitale o videogame), che può essere online su Internet o offline e che prende il sopravvento sugli altri interessi della vita”.

L’attaccamento eccessivo ai videogame si aggiunge pertanto alla tristemente attualissima categoria delle ludopatie. Rispetto alla dipendenza patologica dal gioco d’azzardo non si perdono soldi, ma gli effetti sull’equilibrio mentale, quando il “video gaming” supera i limiti del ragionevole svago e assume le caratteristiche del gioco compulsivo, sono analogamente molto seri. Con l’aggravante che la popolazione a rischio per questo specifico tipo di problema è mediamente molto giovane.

I più affetti sono adolescenti o preadolescenti, prevalentemente maschi, e passano appunto gran parte della loro giornata a giocare con le immagini del mondo virtuale. La fascia di età più esposta all’overdose di sollecitazioni elettroniche parte già dai 12 anni e arriva fino ai 15-16. All’età si aggiungono altre variabili di tipo caratteriale e sociale: la patologia colpisce in particolare quei ragazzi che non riescono ad affrontare o ad accettare il difficile periodo della pubertà, solitamente non praticano attività sportive e nutrono grandi timori nel confronto con i loro coetanei.

Insicurezze che nella fase più delicata della crescita verso l’età adulta sono molto diffuse e quindi normali, ma che tuttavia devono far scattare un campanello di allarme se i minori in questione tendono ad isolarsi e a farsi irretire di continuo dal canto delle sirene dei passatempi digitali: giovani cervelli in fuga, non dal loro Paese ma dalla realtà quotidiana. Tra le caratteristiche della patologia, come ha spiegato in conferenza stampa Vladimir Poznyak del Dipartimento per la Salute Mentale dell’OMS, vi è il fatto che “anche quando si manifestano le conseguenze negative dei comportamenti non si riesce a controllarle” e che la dipendenza “porta a problemi nella vita personale, familiare e sociale, con impatti anche fisici, dai disturbi del sonno ai problemi alimentari”. Il “gaming disorder” può inoltre provocare cefalee, depressione o ansia ma anche, in taluni specifici casi, attacchi epilettici e deperimento organico.

Per poter però effettivamente parlare di “malattia mentale” occorre che si verifichino determinati comportamenti: primo fra tutti la perdita di controllo sul gioco, vale a dire non riuscire più a controllare l’impulso di giocare. Ma anche dare crescente priorità e interesse al gioco rispetto alle altre attività quotidiane, studio e svaghi all’aria aperta compresi. Infine la “recidività”: e cioè continuare a giocare agli stessi ritmi e con le stesse modalità anche se si sono già manifestate conseguenze negative per la salute. Se tali sintomi perdurano per almeno un anno, si può quindi parlare di patologia vera e propria.

Trattandosi comunque di una “nuova” malattia, necessita anche di “nuovi” protocolli di riconoscimento diagnostico e di intervento terapeutico. L’inserimento nell’elenco ufficiale delle malattie riconosciute ICD è in questo senso molto importante perché, come spiega ancora l’OMS, “fornisce un linguaggio comune che consente agli operatori sanitari, a qualunque latitudine, di condividere informazioni mediche”. Nel prossimo futuro i medici potranno quindi iniziare a diagnosticare la dipendenza patologica da videogame.

Un problema che, nel nostro Paese, non è certamente da sottovalutare. Secondo una ricerca condotta quest’anno dall’Espad, l’osservatorio del CNR sui comportamenti d’uso dell’alcol, del tabacco e di altre sostanze psicotrope da parte dei giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni, in Italia sono ben 270mila i ragazzi che nei confronti di internet manifestano un comportamento “a rischio dipendenza”. Tutti noi dobbiamo prenderne coscienza, genitori in primis.

di Alessandro Tich

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