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Chirurgia, “mini” è meglio

Alessandro Tich Ce ne parla il dr. Valentino Fiscon, direttore dell’Unità di Chirurgia Generale dell’Ospedale di Cittadella     “La chirurgia mini-invasiva è una filosofia di vita”. Ad affermarlo, con cognizione e convinzione, è il dr. Valentino Fiscon, direttore dell’Unità Operativa Autonoma di Chirurgia Generale dell’Ospedale di Cittadella. Una struttura la cui “mission” – come dichiara lo stesso primario – è quella di “essere referente per la risoluzione dei problemi chirurgici della popolazione dell’AULSS di appartenenza, garantendo  la prevenzione, la diagnosi, il ricovero e la cura sia in urgenza che in elezione, nell’ottica di un miglioramento continuo  della prestazione e dei servizi forniti”. Una dichiarazione di intenti che si pone diversi obiettivi, tra i quali – e non a caso – “diventare un reparto di riferimento per quanto riguarda la chirurgia mini-invasiva”. – Dr. Fiscon, perché lei dice che la chirurgia mini-invasiva è una “filosofia di vita”? – “Perché nella chirurgia “aperta”, e cioè nella chirurgia tradizionale, quando intervengo io compio in realtà due interventi. Con il primo intervento faccio una lesione di parete, ad esempio della parete addominale, per arrivare all’organo malato. Con il secondo intervento opero sull’organo malato. Se io invece riesco a fare l’intervento chirurgico solo sull’organo malato, senza lesionare l’addome, si riducono il dolore post-operatorio e molte complicanze, come il sanguinamento, le ernia da incisione, l’insufficienza respiratoria post intervento. Viceversa, per i pazienti operati in laparoscopia, e cioè in chirurgia mini-invasiva, questo accade in maniera molto ridotta.” – La differenza tra i due approcci chirurgici, mini-invasivo e tradizionale, si vede quindi soprattutto nel decorso post-operatorio? – “La differenza sta proprio nelle complicanze, che sono molte di più nei pazienti operati in chirurgia tradizionale. ll numero di trasfusioni di sangue, ad esempio, è significativamente ridotto negli interventi al colon in laparoscopia rispetto al colon trattato in chirurgia aperta. Al punto che noi non chiediamo ormai quasi più sangue per il colon laparoscopico. Anche le complicanze polmonari, per i pazienti operati in chirurgia laparoscopica, sono molto inferiori. Per il paziente, inoltre, si riduce il tasso di ospedalizzazione e si favorisce una deambulazione e una dimissione precoce. Questa filosofia mi ha portato a promuovere questa “mission” e questa mentalità mini-invasiva anche fra i miei collaboratori. Io dico sempre che una laparoscopia preliminare può eliminare una laparotomia – e cioè un’apertura dell’addome – inutile.” – Inutile, in che senso? – “Mi spiego: in determinati casi, nella chirurgia tradizionale, per individuare esattamente il problema da operare può rendersi necessario aprire prima l’addome. E cioè: “si apre e si vede”. Ma può succedere che il problema, una volta visto ad addome aperto, non presenti elementi tali da richiedere un intervento e la lesione addominale risulti pertanto non di pertinenza chirurgica. Con la chirurgia mini-invasiva tutto questo viene evitato, perché grazie alla laparoscopia preliminare posso visionare l’area di intervento senza aprire l’addome del paziente. Posso quindi poi operarlo con la medesima tecnica.” – Ma come funziona, praticamente, la chirurgia laparoscopica? – “Il concetto è: invece di guardare direttamente con gli occhi e di toccare con le mani io guardo con delle mini-telecamere ad alta definizione introdotte, tramite dei piccoli fori sull’addome, attraverso dei cilindretti di plastica, del diametro di 1 cm. o 1,2 cm. al massimo e attraverso altri cilindretti introduco i miei ferri, più lunghi di quelli usati per la chirurgia tradizionale ma con la stessa punta. Ci si deve abituare ad operare guardando un video e a non avere la sensazione tattile diretta, che è propria invece della chirurgia aperta.” – Quanti “buchi” vengono fatti per un intervento laparoscopico? – “Ad esempio per una colecistectomia, intervento con il quale viene asportata la colecisti piena di calcoli, faccio tutto con tre buchetti: uno di 1 cm. all’altezza dell’ombelico, uno di 5 mm. e un buchetto di 3 mm. per i ferri mini-laparoscopici. Per i pazienti operati al colon l’intervento richiede quattro buchi, più un taglietto tipo appendicite per tirare fuori il pezzo. Dopo 24 ore, nella colecistectomia ideale, il paziente è a casa.” – Il ricorso alla chirurgia mini-invasiva ha portato anche a un aumento del numero degli interventi? – “Senza dubbio. Il trend degli interventi laparoscopici, nella nostra struttura, è in costante crescita. Negli ultimi cinque anni, con la chirurgia mini-invasiva, le colecistectomie sono passate da poco più di 100 a poco meno di 200 in un anno. Gli interventi al colon, da una settantina di media all’anno, l’anno scorso sono stati 154. La chirurgia laparoscopica ci ha dato una certa visibilità, e siamo stati invitati a parlarne a congressi scientifici. Abbiamo anche iniziato la chirurgia laparoscopica sul fegato e sullo stomaco, presentando i risultati a vari congressi nazionali che ci hanno apprezzato.” – E la chirurgia tradizionale? – “Naturalmente, nel nostro reparto, la chirurgia tradizionale è parte ugualmente fondamentale del nostro lavoro. Non tutti i tipi di chirurgia infatti possono essere effettuati in laparoscopia. E’ il caso, ad esempio, della chirurgia toracica, soprattutto per quanto riguarda gli interventi di chirurgia neoplastica. Ed è il caso, in parte, anche del pancreas: ovvero della testa del pancreas, sulla quale operiamo in chirurgia aperta. Mentre il pancreas sinistro può essere trattato anche in chirurgia mini-invasiva.”

Redazione InFormaSalute

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