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Fiammetta Borsellino: tutta la rabbia per un processo farsa

A 25 anni dalla strage di via d’Amelio parla la figlia del magistrato.

Era il 19 luglio del 1992, una domenica soleggiata come tante d’estate ma quel giorno dal sapore diverso. L’Italia intera si fermò all’annuncio della strage di stampo terroristico-mafioso che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e ai suoi cinque agenti di scorta. A fare in modo che sia fatta piena luce su quanto accaduto e che il sacrificio di tante vite non sia dimenticato, una dei figli in particolare, Fiammetta Borsellino che porta avanti una battaglia per avere giustizia. La incontro a Palazzo Ferro Fini, ospite del Consiglio Regionale del Veneto. I suoi occhi, espressivi, già parlano una storia di sofferenza e al contempo di dignità e amore.

Sulle vicende processuali lei parla di omissioni, buchi neri e verità taciute. Si spieghi meglio…

Io credo che la ricerca della verità sul barbaro eccidio di via D’Amelio sia stata, ad oggi, disattesa per quello che assume tutti i caratteri del caso e per come sono andati i processi. Stiamo parlando di uno dei più grandi depistaggi del secolo, come del resto è emerso con sentenze che parlano chiaro. E questo ha decisamente compromesso la possibilità di arrivare ad una verità, lasciando in noi figli e in nostra madre, un sentimento di tradimento da parte dello Stato nel quale avevamo riposto tutte le nostre speranze postume, speranze che mio padre, in primis ci trasmise con la scelta della professione e del proprio onesto operato.

Perché è accaduto questo, come se lo spiega?

Perché, mai come oggi, la ricerca della verità è strettamente connessa alla ricerca delle ragioni della disonestà di chi questa verità doveva accertarla. È un processo che è stato caratterizzato da evidenti e gravissime anomalie che hanno caratterizzato sia la fase investigativa, sia la fase di conduzione dei processi. Tanti “non ricordo”, reticenze, risposte evasive, certificati medici che giustificavano in qualche maniera la non presenza in tribunale. E di tutto questo, la stampa non ne ha parlato, perché non doveva farlo. Mi riferisco in particolar modo ai processi Borsellino 1 e Borsellino bis che si sono celebrati tra il ‘94 e il ‘97 e quindi in anni cruciali per il raggiungimento di validi risultati investigativi.

Arriviamo anche al processo Borsellino quater che si è concluso lo scorso aprile…

Anche se ancora le motivazioni non sono state depositate, si è trattato di un processo del quale sin dall’inizio non si è voluto parlare, perché le verità che emergevano amano a mano, sembravano essere troppo inquietanti. Siamo stati tenuti abilmente all’oscuro. Un processo che ha visto, tra le tante tappe, anche la celebrazione di un processo di revisione, ovvero di annullamento di 9 condanne all’ergastolo: persone che comunque hanno scontato 17 anni di ingiusta detenzione per aver dato credito a false piste investigative, a falsi pentiti costruiti a tavolino tra lusinghe e torture.

Un processo con una sentenza, quella del Borsellino quater, che ha già dei caratteri molto pesanti, seppure le motivazioni non siano ancora state depositate. Dichiara infatti non procedibile il reato di calunnia nei confronti del falso pentito Scarantino perché dice, appunto, che lo stesso è stato determinato al reato da coloro che lo gestivano. Per i non addetti ai lavori, erano i poliziotti in primis che conducevano le indagini ma anche i magistrati che hanno il compito di coordinarne e controllarne l’operato. Noi ci auguriamo che queste motivazioni chiariscano in maniera definitiva ruoli e responsabilità di ciascuno, perché è lecito pensare ad una responsabilità su più livelli.

Lei pensa che il sacrificio di suo padre, come pure di Giovanni Falcone abbiano prodotto frutti o siano destinati all’oblio?

Allora bisogna ragionare anche qui su più livelli. Sicuramente dopo le stragi del ‘92 si è innescato quel processo di rivoluzione culturale e morale, soprattutto nelle giovani generazioni che mio padre ha sempre sostenuto essere l’unico mezzo di contrasto al diffondersi della cultura mafiosa. È ovvio che molte cose, come noto, vengono fatte sull’onda emotiva delle stragi, delle ferite che sono state inferte alla società, a ognuno di noi. Per questo è importante che il discorso non si esaurisca ma che continui in un atteggiamento che non abbassi assolutamente la guardia su determinate tematiche.

All’epoca della strage lei aveva 19 anni. Come ha vissuto quel momento?

Sì, io avevo 19 anni e sicuramente la tragicità di questo evento è stato amplificato dal fatto che io non ero in Italia ma ero in Thailandia in viaggio proprio col migliore amico di mio padre. La lontananza ha sicuramente amplificato la drammaticità di questa tragedia. Ribadisco la necessità mia e di tutta la mia famiglia di mantenere questo ricordo che è intimo e riservato e vorremmo rimanesse tale anche in questo momento, perché solo questo rigore che ci ha permesso di affrontare in maniera lucida e composta tutte quelle che sono state le conseguenze di questa esperienza atroce.

Qual è il ricordo più bello di suo padre che lei serba nel cuore?

Di mio padre amo sempre ricordare questo amore pazzesco che aveva nei confronti dei bambini e dei giovani: egli stesso sapeva mettersi assolutamente in una posizione di gioco. Era amato da tutti i bambini, da tutti i ragazzi, come padre e come zio ovunque richiesto, proprio per questa sua capacità di non prendersi mai sul serio e spesso anche di non prendere sul serio taluni suoi interlocutori. Tale modalità, tutta sua, gli ha permesso in ogni momento di affrontare la vita con le sue amarezze e le sue difficoltà, a testa alta. Mio padre mi ha insegnato veramente cosa vuol dire la parola “vivere”, cosa vuol dire la parola “combattere” per i propri ideali, per i quali egli stesso ha sempre detto “è bello morire.”

In ultima analisi, quali azioni crede si possano mettere in atto per sconfiggere il fenomeno mafioso?

Credo che dare l’esempio e mettere in pratica con azioni concrete quelli che sono gli ideali per i quali poi mio padre ha dato la vita, sia la cosa migliore per dare concretezza a delle parole, come “legalità” e “buona amministrazione” non contiguità, non complicità.
Ecco, proprio con azioni concrete perché non dimentichiamo (e questa è una frase che io ripeto sempre), politica e mafia agiscono sul controllo dello stesso territorio. O si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

di Angelica Montagna

Angelica Montagna

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