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Hiv casi in aumento

Hiv e Aids: 600 morti all’anno, troppi

hiv e aids troppi morti

HIV 600 morti all’anno: in Italia di 6,1 casi su 100.000 abitanti.

La sottovalutazione di un problema generalmente lo fa dilagare, non di meno l’ignoranza. Stiamo parlando dell’errata convinzione che in Occidente il flagello HIV sia ormai debellato. Niente di più sbagliato. Dagli anni ‘80 in poi sono morti oltre 40 mila italiani a causa dell’Aids, un’epidemia depotenziatasi verso la fine degli anni novanta. L’epidemia poi, verso la fine degli anni 2000 sembrava passata, ma ci si è accorti che negli ultimi vent’anni, senza più controllo con dati certi e campagne informative (del tutto assenti o quasi), il virus ha continuato a diffondersi. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità la percentuale di infezione in Europa non è molto inferiore a quella di trenta anni fa. Quattro sieropositivi su dieci lo nascondono ai familiari, il 5% al partner, quasi un immigrato su tre è siero positivo ed in Italia i morti all’anno da HIV arrivano ad oltre 600. In questo contesto tutt’altro che rassicurante, incontriamo il dott. Andrea Antinori, Direttore Sanitario dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma.

Dott. Antinori, com’è possibile che dopo trent’anni di lotta, l’HIV è tutt’altro che debellato?

La malattia da HIV è patologia complessa con una storia naturale clinica prolungata e in larga parte asintomatica, e quindi potenzialmente misconosciuta. Dopo anni di replicazione virale incontrollata, come avveniva all’inizio quando le terapie non esistevano o erano inefficaci, compare l’immunodeficienza e quindi l’AIDS, sindrome clinica caratterizzata da infezioni e tumori, un tempo a prognosi costantemente infausta. Rispetto agli albori dell’epidemia, grazie ai programmi di accesso alla terapia, i casi di AIDS sono oggi ridotti, come ridotta è la mortalità della malattia. A livello globale, un recente rapporto dell’UNAIDS indica che, dopo il declino registrato tra il 1997 e il 2005, l’incidenza di nuove infezioni è rimasta stabile tra il 2005 e il 2015, con un aumento di incidenza in alcuni paesi. Come effetto del numero stabile di nuove infezioni ogni anno e del prolungamento della sopravvivenza, il numero di soggetti con infezione a livello globale è in lieve progressivo aumento, arrivato a quasi 39 milioni nel 2015. Anche in Italia, da oltre 10 anni, abbiamo comunque un numero costante di nuove diagnosi di HIV, circa 3.500-4.000 ogni anno e questo, in una condizione di netto prolungamento della sopravvivenza, comporta un aumento dei casi cosiddetti “prevalenti”, ovvero delle persone viventi con HIV, che sono oggi circa 120.000 nel nostro paese, più numerose che all’inizio dell’epidemia. L’HIV è oggi, grazie ai farmaci antiretrovirali, un’infezione cronica, e il numero dei casi viventi non diminuisce, anzi aumenta lievemente ogni anno.

L’HIV una malattia silenziosa: perché secondo Lei non è stata fatta una campagna puntuale sui rischi?

Il Ministero della Salute ha prodotto negli anni diverse campagne informative, alcune sui rischi del contagio, altre sul problema del sommerso, dell’accesso al test e del ritardo nella diagnosi. In realtà, l’HIV è una malattia di grande complessità ed è difficile disegnare e sviluppare campagne efficaci. Inoltre non è semplice individuare un messaggio comunicativo che sia corretto ed efficace contemporaneamente. Le prime campagne informative, basate sulla paura del contagio e sul rischio di trasmissione di un’infezione mortale, scioccanti ed efficaci, comportavano un potenziale rischio di aumento dello stigma della malattia. Rassicurare sui benefici della terapia e sul fatto che oggi il rischio di progressione verso AIDS e morte è minimo per chi effettua un trattamento precoce ed efficace, è un messaggio corretto, ma potenzialmente associabile a una sottovalutazione del rischio e all’abbassamento dei livelli di guardia. L’HIV è inoltre da sempre malattia legata a contenuti sociali, etici e culturali forti: basti pensare a temi come la sessualità, la discriminazione, la tutela della privacy, le popolazioni socialmente marginalizzate, la diversità; tutti temi che si intrecciano con la storia della malattia e che rendono i messaggi comunicativi difficili da elaborare. In generale comunque vale il principio che la “normalizzazione clinica” che è stata ottenuta in questi anni è stata interpretata dalla popolazione come una ridotta percezione del rischio anche di contrarre l’infezione. Sappiamo che ben più del 50% delle nuove infezioni vengono trasmesse dal 15% di popolazione che non è consapevole di essere infetto.

L’Italia è a livello europeo uno dei Paese ai primi posti rispetto ai partner europei per numero di ammalati di HIV. Quali sono le cause?

All’inizio della storia dell’epidemia da HIV nel nostro paese, negli anni ’80, l’infezione era legata soprattutto alla tossicodipendenza e alla trasmissione attraverso scambio di aghi e siringhe infette. Oggi, in oltre il 90% delle nuove diagnosi, è una malattia a trasmissione sessuale. Le dimensioni dell’epidemia sono legate a fattori molto diversi, che dipendono dalla storia e dalla dinamica dell’epidemia nei singoli paesi. L’incidenza di nuove infezioni in Italia è di 6.1 casi/100.000 abitanti, di poco superiore alla media di 5.9/100.000 dei paesi dell’Unione Europea. In ogni caso, l’infezione da HIV in Italia oggi presenta caratteristiche analoghe rispetto ad altri paesi del sud, centro e nord Europa, come caratteristiche di trasmissione, popolazioni target interessate, dimensioni del sommerso e ritardo di diagnosi. I dati dei CDC Europei sulle nuove diagnosi nei paesi dell’Unione Europea e dell’Area Economica Europea (EU/EEA), indicano che in Italia, nel 2014, il numero di nuove diagnosi è di poco superiore a quelli di Germania e Spagna e inferiore a quelli di Francia e Gran Bretagna, con un tasso di incidenza inferiore ai suddetti paesi eccetto la Germania. Queste differenze dipendono comunque, oltre che dalla densità di popolazione, dalla storia e dalle caratteristiche dell’epidemia stessa nei differenti paesi europei.

Quali possono essere le parole chiave di un programma di intervento sull’HIV in Italia?

Prevenzione, accesso alle cure, qualità ed eccellenza dei livelli assistenziali. Il tutto parte in primo luogo da un sistema efficace di dati di sorveglianza, che deve consentire di leggere l’andamento dell’epidemia e di registrare con tempestività i cambiamenti della stessa. Da diversi anni disponiamo di un sistema di sorveglianza con una copertura nazionale, che ci informa periodicamente dei numeri e delle caratteristiche dell’epidemia. La prevenzione va, credo, oggi globalmente ripensata. Se abbiamo da un decennio a questa parte lo stesso numero di nuove diagnosi, qualcosa non ha funzionato e non funziona nei messaggi e negli strumenti preventivi. E’ inoltre fondamentale interpretare i cambiamenti di costumi e comportamenti, in particolare quelli che interessano la sfera sessuale, per dimensionare analisi e interventi preventivi. L’HIV, da sempre, è malattia che interseca i comportamenti e le evoluzioni dei costumi; è quindi necessario un inquadramento della malattia e dei suoi rischi, in parallelo all’analisi dei cambiamenti sociali che la accompagnano e in qualche misura la alimentano. Mi riferisco ad esempio alla sessualità negli adolescenti come alle pratiche di “chemsex” che si stanno diffondendo in diverse aree metropolitane in Europa, e che implicano nuovi e diversi interventi preventivi. Un ulteriore elemento chiave è quello della complessiva efficacia dei sistemi sanitari di individuare, trattare e mantenere in cura il più elevato numero di casi possibile. Nella migliore delle ipotesi oggi, in Europa, ancora solo 6 casi su 10 vengono correttamente diagnosticati, legati al centro di cura, trattati e mantenuti in cura in modo efficace. Questo vuol dire che su 100 soggetti con HIV viventi, almeno 40 hanno un’infezione non diagnosticata o non trattata in modo efficace. Questa perdita di efficacia dalla diagnosi fino al controllo persistente della replicazione virale, dipende da quanti sono i non diagnosticati, ma anche da quanti si perdono dopo la diagnosi, da quanti non hanno un accesso precoce a cure efficaci. L’obbiettivo su scala globale delle Nazioni Unite su HIV è che almeno il 90% dei soggetti viventi con infezione abbia una diagnosi, che almeno il 90% di chi ha avuto una diagnosi abbia un accesso a cure efficace che almeno il 90% di chi è in trattamento abbia una viremia controllata. Questi obbiettivi vanno poi declinati nelle diverse aree geografiche e paesi in rapporto alle caratteristiche dell’epidemia, alle risorse, alle peculiarità dei servizi sanitari.

Quali sono le fasce di persone più a rischio?

Nei primi anni dell’epidemia si parlava di gruppi a rischio, intendendo con questo termine soprattutto i gay e i tossicodipendenti. Questo ha comportato una lettura sociale della malattia come legata essenzialmente ad alcuni gruppi, deresponsabilizzando chi non si sentiva partecipe di taluni comportamenti. E ha generato stigma, discriminazione e talora anche violazione dei diritti in diversi contesti sociali. Oggi è più corretto parlare di comportamenti a rischio. Esistono studi che quantificano il rischio dei diversi rapporti sessuali con partner di cui può essere ignorato lo stato di infezione. Sono a rischio i rapporti non protetti e quelli con partner positivi che non fanno terapia, e hanno quindi una carica virale elevata e un virus attivamente replicante. Certo, sono state definite alcune “key populations”, ovvero popolazioni in cui la prevalenza di HIV può essere più elevata e che possono essere target di specifiche campagne di prevenzione, tra cui uomini che fanno sesso con uomini, soggetti che si prostituiscono, utilizzatori abituali di droghe, soggetti transgender, detenuti e immigrati. Ma non bisogna ricommettere l’errore di associare a questi gruppi la malattia, come fu fatto negli anni ’80, all’epoca della sciagurata idea della “peste gay”. L’HIV è una malattia che interessa potenzialmente tutti, uomini e donne, nella fascia di età sessualmente attiva. E’ in crescita tra i giovani, ma sono contagiate anche persone nella fascia di età maggiore di 60 anni. L’incidenza è più alta negli stranieri, ma l’epidemia è numericamente più estesa nella popolazione autoctona. Per questo, i messaggi di prevenzione e di riduzione del rischio devono essere universali. Nessuno si deve sentire facilmente e illusoriamente “al sicuro” così come non devono essere usate impropriamente informazioni e dati scientifici per discriminare persone in base alle loro preferenze sessuali e criminalizzarne i comportamenti. Questo aumenta lo stigma e riduce l’efficacia dei programmi preventivi. E’ quindi messaggio oltre che improprio su un piano culturale ed etico, anche dannoso su un piano sanitario.

Rispetto agli anni ‘80/90, per chi viene contagiato, cosa è cambiato in termini di cure e, quindi, di qualità della vita?

Direi moltissimo. Oggi l’attesa di vita di un soggetto di giovane età che ha una diagnosi di HIV in ancora buone condizioni immunitarie, è seppur ancora minore, comparabile a quella della popolazione sieronegativa e supera i 50 anni dalla diagnosi. La terapia antiretrovirale, oggi utilizzata in tutte le fasi dell’infezione ma raccomandata come trattamento precoce subito dopo la diagnosi, consente di cronicizzare l’infezione, rallentando e bloccando la progressione clinica della malattia. Gli effetti collaterali dei farmaci si sono ridotti, come pure ridotto al minimo è il numero di compresse da assumere giornalmente. Certo, va detto che un conto è cronicizzare un’infezione un conto è eradicarla. Se un paziente sospende la terapia, nell’arco di poche settimane il virus torna a replicare e i danni immunologico e clinico ridiventano manifesti esattamente come prima dell’inizio del trattamento. Nonostante la grande potenza ed efficacia delle terapie, non esiste ancora la possibilità di eliminare il virus dall’organismo, come avviene in altre infezioni virali. Questo rende in qualche modo dipendente la persona infetta dalle terapie, che devono essere per tutta la durata della vita, con inevitabili implicazioni di potenziali tossicità a lungo termine, aderenza al trattamento e costi sanitari. Esiste poi il problema del ritardo di diagnosi; in diversi paesi europei, tra cui l’Italia, ancora il 50% delle nuove diagnosi avviene in una fase avanzata di malattia, quando si è manifestata una immunodeficienza. Questo fenomeno della diagnosi tardiva, oltre a prolungare il periodo di contagio e di potenziale esposizione al virus in assenza di terapia, aumenta i rischi di progressione e complicanze cliniche. Accesso al test e diagnosi precoce sono oggi i punti cardine di una campagna di prevenzione e di controllo clinico della malattia.

Da ottimo esperto, ci dia dei consigli utili per evitare o ridurre i rischi di contrarre l’HIV.

Avere sempre rapporti protetti quando occasionali e con partner di cui non si abbia profonda conoscenza. Acquisire informazioni corrette e sicure sui rischi legati a pratiche e comportamenti. Applicare un principio di massima trasparenza, specie all’inizio del rapporto, sulla possibilità di questa infezione e sui sistemi per prevenirla. Ma va consigliato anche come diagnosticare precocemente l’infezione e ridurre i rischi di potenziale esposizione ad altri. Quindi, effettuare il test anche in presenza di minimi dubbi, e ripeterlo in caso di comportamenti a rischio abituali. Eseguire il test come screening obbligatorio all’inizio della gravidanza. Avere accesso al test in caso di patologie potenzialmente indicatrici di una più alta probabilità di infezione da HIV sottostante misconosciuta, quali malattie sessualmente trasmesse, epatiti virali, sindromi mononucleosiche, herpes zoster, linfomi, leucopenia o piastrinopenia. E’ opportuno comunque su questo avere un punto di riferimento nel medico di famiglia o nel medico specialista che diagnostica tali patologie. Il test HIV non deve essere un veicolo di paura o di identificazione di comportamenti, ma piuttosto uno strumento efficace di controllo della salute propria e altrui.

di Endrius Salvalaggio

Endrius Salvalaggio

Redattore InFormaSalute


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