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ilaria capua

Ilaria Capua: la dolce scienza e l’amara giustizia

“La mia vicenda è stata una sconfitta per l’Italia”

Intervista a Ilaria Capua, virologa di fama mondiale, prosciolta e uscita a testa alta da una tempesta mediatico-giudiziaria che l’accusava di traffico illecito di virus e oggi trasferitasi negli Stati Uniti.

C’è un virus che si aggira per l’Italia.
Non provoca malattie, ma può sconvolgere chi ne viene infettato.

È il virus di un Paese che, da un giorno all’altro, può trasformarti da persona stimata, se non persino da eccellenza nazionale, in presunto criminale. Costringendoti, in contemporanea, a doverti difendere dalle accuse giudiziarie e – quel che forse è ancora peggio – dal tritacarne dei media.

È l’incredibile vicenda che, suo malgrado, ha avuto per protagonista Ilaria Capua: virologa di fama mondiale, con un curriculum ai massimi livelli, vincitrice di una messe di riconoscimenti scientifici internazionali, prima donna a vincere il Penn Vet World Leadership Award ovvero il più prestigioso premio nel settore della medicina veterinaria, ideatrice e sviluppatrice nel 2000 della strategia “DIVA” (Differentiating Vaccinated from Infected Animals), la prima che ha consentito di eradicare con successo un’epidemia di influenza aviaria, oggi raccomandata come metodica di controllo dall’Unione Europea, dall’OIE e dalla FAO.

Nel 2008 è stata inclusa fra le “Revolutionary Minds” dalla rivista americana Seed per il suo ruolo di leadership nella politica della scienza.
Il suo nome, nel bene e come vedremo anche nel male, è stato legato all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro (Padova) del cui Dipartimento di Scienze Biomediche Comparate è stata il direttore e che con lei è diventato un centro di eccellenza internazionale.

Ma è stata anche direttore del Laboratorio di Referenza nazionale, OIE e FAO per l’Influenza aviaria e la malattia di Newcastle e del Centro di Collaborazione nazionale ed OIE per le Malattie infettive all’Interfaccia Uomo-Animale. Ha formato inoltre gruppi di lavoro con decine di collaboratori impegnati in progetti di ricerca avanzata sui virus influenzali e le zoonosi con progetti finanziati dalla UE e da altre organizzazioni internazionali.

Nel 2013 è stata eletta alla Camera dei Deputati per la lista Scelta Civica – Con Monti per l’Italia, formazione all’interno della quale é stata responsabile per la Ricerca e la Cultura. Eppure, in un Paese che dovrebbe solo dirle “grazie” per quello che ha fatto e per quello che farà, la dottoressa Capua ha sperimentato di persona – per usare una metafora veterinaria – che cosa significa passare dalle stelle alle stalle.

Trovandosi al centro di un’inchiesta giudiziaria, originata da alcune vecchie intercettazioni, che le ha imputato il peggio del male.

L’hanno accusata di traffico illecito di virus dell’aviaria, di essere il boss della cupola dei vaccini, di aver promosso accordi tra scienziati e aziende per produrre vaccini ed arricchirsi, anche di pagare con i soldi intascati i collaboratori dell’Istituto Zooprofilattico.
Le hanno persino imputato di aver deliberatamente provocato un’epidemia tra la fauna avicola in Italia, con l’introduzione sottobanco di ceppi virali, per favorire la diffusione del vaccino.

Il primo aprile 2014 ha appreso di essere indagata non da un avviso di garanzia – che non sarebbe mai arrivato – ma dalla telefonata di un giornalista dell’Espresso che ha poi sparato la storia di copertina del settimanale, tratta da un’informativa segreta dei Nas di Roma del febbraio 2010, intitolata “Trafficanti di virus”. È stato l’inizio di un incubo giudiziario e mediatico durato oltre due anni.

Nessun arresto, nessuna prova degli investigatori ma anzi delle palesi incongruenze, solo parole decontestualizzate intercettate al telefono. Ma sufficienti, al circo mediatico, a diffondere l’immagine di un’untrice che faceva soldi spargendo epidemie. Coinvolta in una maxi-indagine con 41 indagati e sottoposta al giudizio sommario delle persone, con la reputazione demolita, schivata dalla gente per strada.

Un’Odissea che si è conclusa il 5 luglio 2016: il Gup Laura Donati del Tribunale di Verona, dove il suo caso era stato trasferito, ha prosciolto Ilaria Capua e gli altri imputati perché il fatto non sussiste.

Non c’è stato nulla: né l’epidemia provocata né tanto meno associazione a delinquere, falso ideologico, concussione, abuso d’ufficio, traffico e commercio di virus. Una velenosa bolla di sapone che si è dissolta, come scrive il dispositivo della sentenza, per “la mancanza dell’evento” e per l’evidenza di come gli inquirenti “abbiano stravolto gli esiti dell’inchiesta” per costruire “accuse prive di fondamento perché poggianti su elementi fattuali non corrispondenti alle emergenze processuali”.

Giustizia è stata fatta, ma per la “mente rivoluzionaria” premiata dalla rivista Seed oramai la misura era colma: si è dimessa da parlamentare, ha lasciato l’Istituto Zooprofilattico e anche l’Italia e ha raccontato la sua vicenda in un libro, edito da Rizzoli, intitolato provocatoriamente “Io, trafficante di virus”. Sottotitolo: “Una storia di scienza e di amara giustizia”.

Ilaria Capua accetta volentieri di parlare con InFormaSalute, ma per intervistarla bisogna telefonarle negli Stati Uniti. Oggi l’illustre ricercatrice è infatti il direttore del Centro di Eccellenza “One Health” dell’Emerging Pathogens Institute dell’IFAS-Dipartimento di Scienze Animali dell’Università della Florida a Gainesville.

Dottoressa Capua, partiamo con l’attualità di oggi. Di che cosa si sta occupando, in questo momento, la sua attività?

Qui negli USA sto svolgendo un incarico che da un lato è una grande sfida, dall’altro è il mio incarico ideale. Partendo dalla consapevolezza che l’Università della Florida è una delle più grandi degli Stati Uniti, con oltre 50mila studenti e molte facoltà tutte sullo stesso Campus: Medicina, Veterinaria, una grandissima facoltà di Agraria, Sanità Pubblica.

Tutte le facoltà biomediche e di scienze della vita sono nello stesso Campus. Io sto lavorando per trovare le sinergie operative tra le eccellenze di questa Università e le altre discipline, per sviluppare un’unione integrata della salute. Noi siamo quello che mangiamo, che beviamo, che respiriamo.

Il problema della salute in generale non riguarda solo un sistema di malattie, ma come le malattie interagiscono con i fenomeni che ci riguardano come la migrazione dei popoli, il cambiamento climatico. Sono le basi per un approccio alla salute del futuro. Mi occupo quindi di formazione per creare una generazione di professionisti che sappiano affrontare queste tematiche nell’era dei Big Data e della quarta rivoluzione industriale.

Big Data, cioè la disponibilità di una grande quantità di dati in tempo reale?

Noi oggi abbiamo dati su tutto. Come sistema, siamo produttori di dati. Finalmente siamo arrivati a dei problemi di salute complessa, così come sono, che dipendono da diversi fattori, ad esempio il livello di educazione o il contesto sociale. Si tratta di cambiare il modo di guardare alle malattie, che fino ad oggi sono state viste e combattute come compartimenti stagni, e di considerarle invece come un unico compartimento che interagisce con un mondo che è cambiato.

È l’effetto della globalizzazione: non c’è solo lo spostamento di virus, di altri agenti patogeni o di zanzare, ma anche un continuo spostamento di dati.

Al netto della vicenda che l’ha vista coinvolta, ci sono differenze tra il fare ricerca in Italia e farla invece negli Stati Uniti?

Qui, per dove si trova l’Università, per la sua estensione e per il modo in cui le cose si portano avanti, vedo una grande diversità che ha le sue radici nel modo molto più pragmatico degli americani di affrontare i problemi. Io non timbro il cartellino, non ho orari, lavoro da qualsiasi parte del mondo e i fondi che mi hanno dato quando sono arrivata li posso utilizzare per qualsiasi cosa riguardante la mia attività.

Loro valutano i risultati. È molto diverso, è un Paese diverso.

L’Italia e gli Stati Uniti sono due mondi che da questo punto di vista funzionano in maniera completamente differente. Teniamo anche conto che questa è un’Università pubblica, in buona parte sostenuta dallo Stato, e che studiare negli USA costa. Studiare in Italia e in generale in Europa ha dei costi molto inferiori. Sono due situazioni difficilmente paragonabili.

Questo non vuol dire che non si possa imparare l’uno dall’altro e migliorarsi reciprocamente guardando a quello che succede sull’altra sponda dell’Oceano.

Lei si è trasferita negli USA quando la sua incredibile vicenda giudiziaria, da cui poi è uscita con proscioglimento pieno, era ancora in corso. Qual è stato l’impulso che l’ha spinta a raccontarla in un libro?

Riguardo al libro, ho cominciato a prendere appunti già quando è arrivata la telefonata del giornalista dell’Espresso. Sapevo di essere totalmente innocente e al centro di una storia surreale che andava raccontata. Ci sono delle maledette trappole che non dovrebbero far parte del sistema giudiziario di un Paese civile.

L’hanno accusata di cose gravissime, con capi di imputazione molto pesanti, che nella sentenza di proscioglimento sono risultate essere “fatto che non sussiste”. La magistratura giudicante ha sconfessato quella inquirente. Ma che idea si è fatta, provandolo sulla sua pelle, della giustizia italiana?

A me è andata bene, il giudice Donati del Tribunale di Verona ha studiato le carte e io sono stata prosciolta nell’udienza preliminare. Se ci fosse stato un giudice meno disponibile a farsi carico di un’indagine gigantesca, si poteva anche arrivare al rinvio a giudizio facendo continuare la storia per altri anni. Sappiamo quali sono i tempi della giustizia italiana. Il Pm Capaldo della Procura di Roma ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio che il Pm di Verona ha confermato per alcuni capi di imputazione.
A Verona è arrivata una pratica di 17mila pagine.

Il Pm ha riconosciuto che l’epidemia non c’è stata, ma ha detto che per il resto proseguiva e chiedeva comunque il rinvio a giudizio. La Gup non ha accolto la richiesta e ha disposto il proscioglimento. Sono stata fortunata, perché potevo trovarmi di fronte ad altre persone che avrebbero potuto non comportarsi allo stesso modo e perché la mia vicenda si è chiusa in poco più di due anni. Non solo non è stato fatto niente, ma, come scrive la sentenza, c’è stata “la mancanza dell’evento” e l’evidenza di come “gli inquirenti abbiano stravolto gli esiti dell’inchiesta per costruire accuse prive di fondamento”.

Questa è una cosa gravissima, non solo il fatto non sussiste ma sono state fatte accuse fabbricate ad arte non tenendo conto della realtà dei fatti. Quando io parlo di questa vicenda, parlo di “amara giustizia” e non di “malagiustizia”. Ho deciso di lasciare l’Italia ancora da imputata. Sono stata prosciolta tre settimane dopo il mio trasferimento con la famiglia negli USA. Con il procedimento ancora in corso io non me la sono sentita di restare più in Italia. Giustizia è stata fatta, ma sono stata ostaggio di un groviglio mediatico-giudiziario che rendeva assolutamente insopportabile, per chi ha potuto scegliere come me, la permanenza nel Paese che mi ha fatto questo.

Col senno di poi, perché secondo lei è scoppiato tutto questo inesistente scandalo?

Mi sono fatta delle idee, ma non penso di avere ancora chiaro in testa che cosa sia successo. Forse ho pestato qualche piede di troppo, forse perché sono entrata in Parlamento. È un puzzle tutto ancora da ricostruire, il risultato poi è davanti agli occhi di tutti.

Il fatto di essere uscita a testa alta da oltre due anni di tormento giudiziario e mediatico è stato per lei una vittoria o rimane comunque una sconfitta?

La mia vicenda è stata una sconfitta per l’Italia.

Il Paese che mi ha fatto vivere, mi ha vaccinato, ha speso per la mia salute, mi ha fatto studiare a tre livelli (laurea, master e dottorato di ricerca), mi ha fatto diventare una professionista conosciuta a livello internazionale, mi ha permesso di far crescere altri professionisti conosciuti in tutto il mondo.
Ma il mio principale collaboratore oggi lavora a Vienna, altri si sono pure trasferiti in laboratori all’estero.

È una sconfitta comunque.

È triste il fatto che un ente come l’Istituto Zooprofilattico sia stato travolto da un’indagine del genere. Pensiamo a chi opera all’Istituto dal punto di vista amministrativo, si preoccupa dei fondi europei per i progetti di ricerca, e si trova coinvolto in una faccenda del genere. Qual è la vera risposta italiana? “Ma chi me lo fa fare?”. E cioè: chi me lo fa fare di espormi se la dottoressa Capua, che ha fatto moltissimo per l’Istituto, in quel momento è ancora innocente oppure colpevole?

Se cade addosso una tegola del genere, per quale motivo un amministrativo XY dovrebbe fare gli straordinari? Le persone di buona volontà rischiano di trovarsi nella stessa situazione in cui mi sono trovata io. Quante persone sono disposte a continuare a crescere, a seguire il percorso dei fondi europei o della FAO, a portare avanti l’attività dell’Istituto?

Dunque l’inchiesta ha coinvolto anche gli amministrativi dell’Istituto…

Il procedimento è stato spacchettato in quattro Procure. In tre è stato chiuso. Nella quarta Procura, quella di Pavia, è ancora aperto il procedimento nei confronti dei colleghi amministrativi. Si sta ancora aspettando dalla Procura di Pavia che cosa voglia fare con questo incartamento.

Dopo quello che è successo, tornerà o tornerebbe a lavorare in Italia?

Io sinceramente non lo so. Ho imparato a lavorare e a ragionare per microsegmenti. Questa vicenda ha sconvolto la mia vita e ho trovato un “percorso B”. Adesso sinceramente ho bisogno di tempo e di disintossicarmi. In più ho un grandissimo debito di riconoscenza con l’Università della Florida, che mi ha offerto l’incarico di direttore del Centro di Eccellenza e di professore ordinario quando ero ancora imputata. Il tempo passa, non si può mai dire, in futuro vedremo.

In definitiva, che insegnamento – se mai ci sia un insegnamento – si può trarre dalla sua vicenda?

L’insegnamento che ho tratto io è che bisogna avere la forza di ricominciare. Nella vita accadono avvenimenti che non avresti mai pensato e che ti sconvolgono. Accade nella sfera affettiva, personale, con la salute ma anche, come nel mio caso, con la giustizia. Ho imparato che alla fine non c’è nulla di peggio di un talento spezzato. Avrei potuto continuare come dipendente dell’Istituto Zooprofilattico, ben pagata, ma senza più alcuna energia. Pochissime persone, anzi quasi nessuno ha speso una parola per me. Se fossi rimasta in Italia, sarebbe stato lo spreco di tutti quei soldi che l’Italia ha speso per farmi diventare quello che sono. Bisogna avere la forza di rimettersi insieme e reinventarsi una vita anche a 50 anni.

di Alessandro Tich

Alessandro Tich

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