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Immunodeficienze: verso una Sanità “sostenibile”

Immunodeficienze: verso una Sanità “sostenibile”.

A Venezia esperti a confronto sull’impatto epidemiologico e sociosanitario sulle risorse del Servizio Sanitario Regionale

Un Forum di approfondimento alla sala Cuoi di Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale del Veneto, nel quale sono stati chiamati a raccolta i massimi referenti della comunità scientifica e della sanità locale.

L’obiettivo è stato quello di fare chiarezza sull’impatto epidemiologico e sociosanitario delle immunodeficienze sulle risorse del Servizio Sanitario Regionale. Con nuovi spunti di riflessione in una prospettiva che tenga conto del punto di vista delle istituzioni assistenziali, del personale sanitario, del mondo della ricerca, dei decisori politici e delle associazioni dei pazienti.

All’importante appuntamento hanno preso parte: Carlo Agostini (Direttore Scuola di Specializzazione in Allergologia e Immunologia Clinica, Università degli Studi di Padova), Umberto Gallo (UOC Assistenza Farmaceutica Territoriale, ULSS 16 Padova), Roberto Leone (Professore Ordinario di Farmacologia, AOUI Verona), Claudio Lunardi (Immunologia clinica e reumatologia, AOUI Verona), Tiziano Martello (Assistenza Ospedaliera pubblica e privata, Regione Veneto).

Moderatore del momento di confronto Stefano Del Missier, Direttore Responsabile di Italian Health Policy Brief.

Intervista a Stefano Del Missier, direttore responsabile di Italian Health Policy Brief.

immunodeficienza

Innanzitutto parliamo dell’obiettivo con il quale è stato organizzato l’importante momento di approfondimento regionale…

L’obiettivo è quello di promuovere opinioni e confronti per una sanità sostenibile, sul tema “Immunodeficienze primitive e secondarie” alla luce dei notevoli e importati progressi scientifici, generati sia in termini di diagnosi, che in termini di nuove soluzioni terapeutiche per il paziente, abbinate ad un contenimento della spesa sanitaria.

Da dove siete partiti?

Siamo partiti con un momento di interesse a carattere nazionale, a Roma all’Istituto Superiore di Sanità, in cui i massimi esperti del settore, sia scientifico che clinico ed organizzativo, si sono confrontati. In quella sede si è anche colto come nel nostro paese tutte le innovazioni hanno bisogno di una prova iniziale.

Di applicare dal basso, dai clinici, agli ospedali, alle singole regioni i risultati degli approfondimenti, perché in tema di innovazione ci sono formule, atteggiamenti e risultati diversi.

Ecco perché, dalla dichiarazione di quali dovrebbero essere le “best practices”, le pratiche migliori da porre all’attenzione di tutti, ci siamo recati a Palermo, Napoli, oggi Venezia e, a dicembre, a Milano, per vedere cosa succede nella pratica.

Apriamo una parentesi sulle immunodeficienze primitive e secondarie.

L’immunodeficienza è sostanzialmente un limite di presenza dei cosiddetti anticorpi, quegli strumenti che le persone hanno all’interno del proprio corpo e che servono a difendersi dalle malattie.

Avere queste deficienze dal punto di vista immunologico porta notevoli problemi.

Sono primitive o secondarie a seconda che siano genetiche (e quindi una persona se le ritrova già dentro si sé), oppure che si siano generate nel tempo.

Sappiamo che ci sono stati notevoli importanti progressi scientifici in questo campo…

Teniamo conto che si tratta di un ambito abbastanza vasto nella numerosità ma contenuto delle dimensioni, tanto è vero che le immunodeficienze sono catalogate all’interno delle malattie rare.

Ed in quanto rare hanno bisogno di specificità di trattamento. Possiamo dire che sono “malattie di nicchia” e che necessitano di trovare nel sistema un punto di equilibrio, sia dal punto di vista della ricerca che della produzione dei farmaci, come pure nella sostenibilità del sistema stesso.

Gli esperti di oggi, stanno parlando di innovazione…

Esattamente! Il motivo è semplice: ciò che un tempo si poteva fare soltanto in ospedale attraverso il trattamento di farmacoterapia veicolando il farmaco per via endovenosa, con lo sviluppo della tecnologia oggi è permesso di curarsi anche a casa. Questo, utilizzando, fra le altre cose, trattamenti molto meno invasivi.

Certo, l’innovazione costa se presa solo dal punto di vista del farmaco; ma se consideriamo anche i costi totali dell’organizzazione necessaria per poter somministrare il farmaco con metodi tradizionali (cioè con un ricovero che, seppur breve, consuma strutture sanitarie, personale, percorso di accoglienza, etc.), vediamo che sono maggiori.

Come detto, la spesa per un determinato farmaco può anche essere maggiore, ma se il paziente lo prende a casa senza bisogno di assistenza sanitaria, il discorso è diverso e il maggior costo dell’innovazione diventa sostenibile.

Si parla quindi di risparmio?

La sostenibilità è risparmio, nella misura in cui si utilizzano meno risorse per ottenere i medesimi risultati: ricordiamo che si tratta di scelte che comunque riguarderebbero la spesa complessiva che grava sulle tasche della collettività.

di Angelica Montagna

Angelica Montagna

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