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Immunoterapia nel tumore della prostata

Un po’ di speranza

Nonostante siano stati compiuti progressi importanti nelle cure del tumore alla prostata, sono molte ancora le sfide da affrontare nello sviluppo di una terapia efficace.

Negli ultimi anni la cura più usata per contrastare patologie come il cancro alla prostata è senza dubbio l’immunoterapia di ultima generazione, con farmaci in grado di agire con meccanismo del tutto diverso rispetto agli immunoterapici tradizionali e cioè su determinati “check point inibitori”, sbloccando quindi la reazione immunitaria dell’organismo verso i tumori.

Ne parliamo con il Prof. Francesco Cognetti, Direttore dell’Oncologia Medica 1 dell’Istituto Nazionale Regina Elena di Roma.

Prof.  Cognetti quali sono i fattori che provocano il rischio di tumore alla prostata?

L’eziologia del carcinoma prostatico è multifattoriale ed è il risultato di una complessa interazione di fattori genetici ed ambientali tra i quali fattori dietetici e cancerogeni.

Nel 9% dei casi si tratta di forme ereditarie di cui il 43% nei pazienti di età inferiore a 55 anni e predilige le popolazioni afro-americane. Per i fattori ambientali, diversi studi hanno documentato una correlazione tra assunzione di grassi ed insorgenza di carcinoma della prostata. Tra gli altri fattoti di rischio ricordiamo gli elevati livelli circolanti di testosterone e di IGF-1.

Quali sono i sintomi da non sottovalutare?

Purtroppo non vi sono segni clinici che ci consentono una diagnosi precoce. I sintomi sono quasi sempre presenti nelle fasi più avanzate.

Tra i sintomi più comuni e comunque variabili in base allo stadio si può avere ematuria, dolore pelvico, sindrome ostruttiva sino alla ritenzione urinaria acuta, ostruzione delle vie urinarie, emospermia, dolori ossei nel caso di metastasi a distanza, sciatalgie, edemi agli arti inferiori ed anemia in caso di invasione midollare.

A che punto siamo con le terapie per gli ammalati di neoplasia prostatica?

Ad oggi lo scenario terapeutico si è arricchito di nuove evidenze di attività di farmaci innovativi per i pazienti che vanno in progressione in corso di terapia ormonale di prima linea, i cosiddetti pazienti resistenti alla castrazione.

Farmaci ormonali di nuova generazione quali abiraterone ed enzalutamide, insieme ad un radiofarmaco e famaci chemioterapici quali il cabazitaxel si sono dimostrati capaci di aumentare la sopravvivenza e migliorare la qualità di vita per esempio riducendo l’incidenza di eventi scheletrici.

Esiste un vaccino oncologico per questo tipo di malattia?

L’immunoterapia è stata oggetto di studio nel trattamento del carcinoma prostatico, con risultati ad oggi non soddisfacenti. Dati preclinici e clinici sono attualmente disponibili per la vaccinoterapia. Il Sipuleucel-T, un vaccino a cellule dendritiche, è stato confrontato con il placebo nella malattia ormonoresistente.

La sopravvivenza libera da malattia quale end-point degli studi clinici condotti (APC8015, IMPACT) non è stato raggiunto seppure si è osservato un vantaggio statisticamente significativo in termini di sopravvivenza globale a favore della vaccinoterapia. Sipuleucel-T non è comunque disponibile in Italia, sebbene il suo uso clinico è stato autorizzato dagli enti regolatori americani ed europei FDA ed EMA nel trattamento della malattia metastatica ormonorefrattaria asintomatica o minimamente sintomatica.

Per chi si ammala di cancro alla prostata, che percentuale di sopravvivenza ha? 

La sopravvivenza dei pazienti affetti da carcinoma della prostata è attualmente attestata al 91% a 5 anni dalla diagnosi, in costante e sensibile crescita, grazie all’aumento delle diagnosi precoci.

Chiaramente la sopravvivenza è influenzata dallo stadio in cui si trova la malattia quando questa viene diagnosticata.

di Endrius Salvalaggio

Endrius Salvalaggio

Redazione InFormaSalute


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