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Quella pipì nel letto

Alessandro Tich Ce ne parla la dr.ssa Laura Todesco, Pediatra di famiglia Mi scappa la pipì, papà. Solo che è notte e non me ne accorgo. Ed ecco che insorge il problema dell’enuresi: e cioè dell’involontaria abitudine di fare la pipì a letto. Ne sanno qualcosa le molte famiglie chiamate a destreggiarsi tra lenzuola bagnate e pannolini da indossare durante il sonno anche quando il figlio comincia a frequentare la scuola elementare. Si tratta di disagi conosciuti e condivisi, dal momento che l’enuresi notturna è un fenomeno molto comune tra la popolazione in età pediatrica. A beneficio dei genitori che ci leggono, va però subito sottolineato un aspetto positivo: nella buona parte dei casi – come sentiremo nella nostra intervista – si tratta infatti di disagi temporanei, destinati a risolversi spontaneamente o con un’opportuna educazione del bambino a “cambiare abitudine” in fatto di pipì. Perché dunque accade il problema, come bisogna affrontarlo, e come ci si rapporta il tal senso col bambino? Lo chiediamo alla dr.ssa Laura Todesco, Pediatra di famiglia di Bassano del Grappa. – Dottoressa, che cosa si intende propriamente per enuresi ? – “Parlando di enuresi, si intende generalmente l’incapacità di controllare la minzione durante la notte. Si parla di enuresi a partire dai 5-6 anni di età, prima la cosa è considerata fisiologica. Il 10-15% dei bambini di 5 o 6 anni bagna ancora il letto, ma in buona parte risolve spontaneamente il problema, che riguarda più i maschi che le femmine. E l’enuresi arriva a soluzione spontanea nel 15% dei casi all’anno. Naturalmente il problema va inquadrato dal medico di riferimento. Non è una malattia, in quanto l’enuresi c’è sempre stata. Si tratta di un disturbo conseguente al fatto che il bambino non ha ancora acquisito il controllo nelle ore notturne. Diverso è il caso del bambino che non controlla la minzione anche di giorno, oppure che aveva acquisto il controllo e poi l’ha perso. In questo caso si parla di enuresi secondaria, che viene inquadrata in maniera diversa da parte del medico. Per l’enuresi primaria, descritta prima, si può stare tranquilli.” – Per risolvere il problema della pipì a letto quand’è il momento più opportuno per intervenire? – “Il disturbo insorge quando diventa un problema per il bambino. Cosa che può succedere se deve pernottare fuori casa, ad esempio dai nonni, dagli amici o in campeggio quando è un po’ più grande, e l’enuresi rappresenta un ostacolo alla socializzazione. Allora si interviene per aiutarlo ad imparare il controllo. In generale non si usano farmaci e si interviene con una terapia comportamentista, cercando di educare il bambino a un’abitudine diversa. Questo approccio è valido se in assenza di altri sintomi, e cioè se il bambino non ha problemi di tipo organico né psicologico.” – Come si educa quindi il bambino a un’abitudine diversa? – “Ognuno declina il trattamento a seconda della propria impostazione professionale. E’ importante che sia il professionista ad abituare la famiglia a acquisire un’abitudine diversa. Vengono date indicazioni specifiche sul modo di urinare durante il giorno, sul fatto che è meglio che il bambino non beva dopo una certa ora, sull’allenamento a svuotare la vescica. Se questo non basta si interviene cercando di far sì che il bambino si svegli durante la notte per andare a fare la pipì. Bisogna responsabilizzare il bambino a questo scopo, finché lo svegliano i genitori per dirgli di andare in bagno tale intervento non è pienamente efficace. Ci si organizza regolando la sveglia o con appositi allarmi acustici notturni per aiutare il bambino a svegliarsi in determinate ore. Questo iter è certamente impegnativo per la famiglia, ma generalmente ha successo. Lo si fa nel momento in cui il bambino ne sente la necessità e non è caricato da altri impegni, che porterebbero a stanchezza, quindi ad esempio durante le vacanze scolastiche o all’inizio dell’estate.” – E i genitori come la prendono? – “I genitori sono molto tolleranti oggi. Nel momento in cui il pannolino va tolto, si inizia un percorso nel quale si cerca, come già detto, di responsabilizzare il bambino. Si fa in modo di dargli aiuto, accompagnato dai genitori. Dopo i 4-5 anni di età, i genitori che si rivolgono al pediatra si pongono effettivamente il problema se si tratti di situazione patologica, poi sono molto tolleranti finché il problema si risolve. Lo ripeto: l’enuresi primaria non è una patologia e il messaggio da dare è tranquillizzante.”

Alessandro Tich

Condirettore

Dr.ssa Laura Todesco

Pediatra di famiglia di Bassano del Grappa

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