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università calabria terapia dolore

Studio dell’Università della Calabria sulle reti di terapia del dolore in Italia

Dolenti Note: uno studio dell’Università della Calabria sulle reti di terapia del dolore in Italia

I risultati presentati al Ministero della Salute: poche informazioni per gli utenti e mancanza di comunicazione tra le strutture. Dolenti note sui “rapporti di rete” in Italia tra le strutture che si occupano di terapia del dolore. È quanto emerge dallo “Studio conoscitivo delle reti di terapia del dolore”, i cui risultati sono stati presentati lo scorso 5 marzo al Ministero della Salute.

Frutto di una collaborazione

L’indagine, nata dall’accordo di collaborazione tra il Ministero della Salute e l’Università della Calabria, ha avuto come obiettivo principale la realizzazione di uno studio della patologia del dolore cronico, su scala nazionale, ed una analisi dell’organizzazione della “Rete di Terapia del Dolore” nelle regioni. Hanno contribuito allo studio professionisti sanitari, ricercatori e docenti universitari del Laboratorio di documentazione dell’Unical (Università della Calabria): Francesco Amato e Silvia Ceniti dell’Azienda ospedaliera di Cosenza, Roberto Guarasci, Sara Laurita, Francesca Parisi, Luciano Parrilla, Erika Pasceri e Anna Perri dell’Università della Calabria. I risultati sono stati presentati dal dottor Francesco Amato, direttore dell’Uoc Terapia del dolore dell’Azienda ospedaliera di Cosenza, dal professor Roberto Guarasci e dalla dottoressa Sara Laurita dell’Università della Calabria. Le conclusioni sono state affidate al direttore generale della programmazione sanitaria del Ministero, Andrea Urbani.

L’analisi delle reti di terapia del dolore

Lo studio ha analizzato i processi organizzativi e assistenziali dei servizi dedicati alla terapia del dolore, con particolare riferimento alle strutture, alle attività, alle professionalità coinvolte e ai documenti prodotti. La rilevazione ha coinvolto le strutture presenti sul territorio nazionale che erogano prestazioni connesse alle terapie del dolore.

Il questionario mirava ad ottenere informazioni sull’organizzazione strutturale e funzionale del Centro di Terapia del Dolore e le modalità di accesso dell’utenza alla struttura. La fase di raccolta dei dati, iniziata il 6 giugno 2018 con l’invio dei questionari, si è conclusa il 7 settembre 2018. Tra le 365 strutture contattate, 192 hanno completato l’indagine, consentendo di raggiungere un primo obiettivo: quello di tracciare una mappa aggiornata della rete di strutture che erogano servizi di terapia del dolore a vario titolo.

Cosa è emerso

Dall’analisi dei dati ottenuti dalle strutture rispondenti al questionario è emerso che i centri di terapia del dolore sembrano abbastanza allineati con le direttive ministeriali, per ciò che concerne la gestione del percorso di cura del paziente. Infatti, alla domanda sulle modalità di accesso al centro, l’80% ha risposto che avviene mediante il Centro Unico di Prenotazione e non attraverso una modalità di prenotazione interna al reparto né tramite pronto soccorso, che dovrebbe essere ad esclusivo accesso da parte dei malati in fase acuta. Nella sezione relativa alle attività cliniche erogate, sono stati chiesti dati relativi al flusso dei pazienti, sia per quanto riguarda il numero complessivo di visite, sia per i ricoveri. Analizzando i dati distribuiti per tutto il territorio nazionale nell’anno 2017, è emerso che il numero di visite complessivo annue registrato, tra prime visite e visite di controllo, è stato di 578,300, di cui 133,044 prime visite. Un dato negativo emerge dall’analisi dei dati sulle attività di ricerca, poiché la maggior parte dei centri che hanno partecipato all’indagine dichiarano di non svolgerne alcuna.

Quali potrebbero esserne le cause?

Il dato è in parte da attribuire a quanto emerso nella seconda parte dell’indagine: ovvero in molti casi è stato segnalato che nelle strutture vi è una forte carenza di personale. Un’altra motivazione potrebbe derivare dal fatto che molte delle strutture rispondenti sono strutture ospedaliere e non universitarie, nelle quali l’attività di ricerca in generale non è quasi mai contemplata, soprattutto per le note difficoltà che gli ospedali hanno nell’accedere ai fondi per la ricerca. Tra le criticità si è inoltre evidenziata la mancanza di un protocollo condiviso per la gestione del paziente con dolore cronico a livello regionale. Infatti, solo il 30,8% in Piemonte e il 20% in Trentino Alto Adige dichiarano di disporre di un protocollo condiviso all’interno della regione, mentre altre regioni toccano il 7,7% nel Lazio, il 4,2% in Lombardia e altre regioni, come il Veneto, la Puglia, la Campania o l’Emilia Romagna dichiarano di non avere un protocollo condiviso a livello regionale.

Mancanza di informatizzazione

Eterogenee sono risultate anche le risposte alle domande nella sezione relativa all’informatizzazione del centro. Il 46,4% delle strutture dichiara di possedere un software per la gestione informatizzata della cartella clinica, tra questi il 32,6% dichiara di gestire il processo di cura esclusivamente mediante il software di cartella clinica e il 66,3% gestisce il processo in modo misto. Solo l’1,1%, pur avendo dichiarato di avere un software per la gestione informatizzata della cartella clinica, gestisce il processo di cura esclusivamente in modalità cartacea.

Terapia del dolore e informazioni che non arrivano al cittadino

Gli analisti hanno sottolineato che uno degli sforzi maggiori compiuti in questo studio è stato quello di recuperare le informazioni relative alla struttura e ai relativi responsabili. Si tratta di un aspetto non trascurabile che necessita di essere migliorato, poiché – indipendentemente dalle informazioni che il medico può fornire all’assistito sui centri della terapia del dolore presenti nella propria regione e sulle potenziali modalità di trattamento del dolore cronico – è necessario che i cittadini possano facilmente accedere per via telematica a tutte le informazioni utili: dall’esistenza di una Legge in merito a questa tematica (di cui ancora oggi molti ignorano l’esistenza) alle modalità di accesso ai centri.

di Alessandro Tich

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