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virus ebola

Virus Ebola: nuove importanti scoperte

Nuove importanti scoperte riguardo il potenziale ruolo del tratto respiratorio nella trasmissione del virus Ebola

Virus Ebola: nuove importanti scoperte. Uno studio condotto dall’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” (INMI) di Roma, in collaborazione con i colleghi dell’University College a Londra (UK), del FriedrichLoefflerInstitut Riems (Germania) e dell’Université Laval, Quebec (Canada).

Incontriamo il direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito.

virus ebola

Prof. Ippolito, dal 2013 al 2016 in Africa, quante sono state le persone contagiate dall’epidemia Ebola?

L‘epidemia di Ebola, che ha colpito l’Africa Occidentale dal 2013 al 2016, ha causato 28,610 casi, tra cui 11,308 morti. I Paesi più colpiti sono stati Guinea, Liberia e Sierra Leone.

Questo tipo di infezione, rispetto alle precedenti che tipo di preoccupazioni ha dato a voi medici?

Questa epidemia di Ebola verrà ricordata come l’epidemia più grande finora verificatasi.

È la prima in Africa Occidentale dove Ebola non c’era stata.

La letalità è stata di circa il 30%, ma dobbiamo considerare che nel denominatore sono inclusi i casi accertati e i casi sospetti, perché non tutti riescono ad arrivare a una diagnosi.

Storicamente Ebola si presentava come una grave febbre emorragico. In questa epidemia la componente emorragica è stata poco evidente.

Parliamo ora delle vostre scoperte. Com’è nato questo team di studio anti ebola e specialmente perché proprio allo Spallanzani di Roma?

L’Istituto è nato 80 anni fa per le malattie infettive ed è impegnato da oltre 40 anni nello studio delle infezioni emergenti e gravi.

Infatti al momento dell’emanazione della legge in materia di sospensione della vaccinazione antivaiolosa, allo Spallanzani fu affidata la responsabilità della valutazione ed eventuale gestione di sospetti casi di vaiolo e fu dotato della prima unità di alto isolamento del Paese con un isolatore, un modulo di trasporto del caso sospetto, una unità di decontaminazione ed una cappa di massima sicurezza per la gestione dei campioni biologici.

Una organizzazione che successivamente si è rivelata utile anche per la gestione delle febbri emorragiche virali. Dalla Fine degli anni ’90 l’Istituto si è arricchito con la realizzazione di un laboratorio di diagnostica avanzata e l’acquisizione di competenze per la manipolazione di microrganismi ad elevata trasmissibilità/pericolosità.

Oggi è uno dei pochi laboratori al mondo con esperienza e competenza per l’assistenza e la diagnostica avanzata delle malattie infettive ad elevata pericolosità.

Cosa avete scoperto e cosa cambierà ora per l’Africa?

L’Istituto ha fornito un grande contributo nell’epidemie di Ebola con decine ricercatori che hanno contributo a mettere a punto ed attuare programmi per la diagnosi di Ebola in tutti i paesi colpiti ottenendo un grande riconoscimento internazionale e pubblicando oltre 50 lavori.

Un anno fa l’Istituto ha pubblicato uno dei primissimi studi al mondo mirati alla descrizione della cinetica virale nel corso dell’ epidemia, dimostrando che i pazienti che sopravvivono all’infezione hanno carica virale nel plasma sempre inferiore a coloro che non superano l’infezione.

Quest’anno ricercatori dell’Istituto sono stati in grado di dimostrare la presenza del materiale genetico del virus Ebola nei polmoni e nel sangue, durante il trattamento e la guarigione di un operatore sanitario, evacuato dall’Africa Occidentale e trattato a Roma allo Spallanzani.

Questi risultati suggeriscono la possibilità che Ebola replichi nell’apparato respiratorio e sono estremamente importanti per comprendere meglio la malattia con la possibilità di sviluppare farmaci e trattamenti specifici.

ora?

Il virus Zika pur essendo stato scoperto molti decenni fa si è diffuso negli ultimi 3 anni in tutto il centro e sud America, oltre che ai caraibi.
Recentemente anche in alcuni stati della costa orientale degli Stati uniti.

Analogamente solo recentemente è stato dimostrato che il virus è in grado di determinare gravi malformazioni quando una donna in gravidanza contrae l’infezione soprattutto nel primo trimestre di gravidanza La task force è impegnata nello sviluppo di conoscenze utili al miglioramento della possibilità di diagnosi e per la messa a punto di un vaccino.

di Endrius Salvalaggio

Endrius Salvalaggio

Redazione InFormaSalute


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