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AI RAGAZZI DICO: AMATE LA VITA SENZA DARE NULLA PER SCONTATO

Int. al Ten. Col. Gianfranco Paglia Medaglia d’Oro al Valor Militare, Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, capitano Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa (GSPD), Consigliere naz.le FITET (Federazione Italiana Tennistavolo).

Angelica Montagna

Molti ricordano quel triste episodio. Somalia-Mogadiscio, battaglia del Checkpoint Pasta. Era il 2 luglio 1993 e l’allora giovane sottotenente paracadutista Gianfranco Paglia si trovava proprio in quel luogo, partecipando alla missione umanitaria IBIS UNOSOM II, voluta dalle Nazioni Unite. Quella data, quel giorno cambiò la sua vita, in quanto venne colpito da tre proiettili e da allora non può più camminare. Eppure l’animo del soldato parà continua ad emergere, tanto che ha ripreso a fare tutto, o quasi, quello che faceva in precedenza, impegnato in missioni all’estero, tornando a lanciarsi con il suo paracadute, persino a pilotare gli aerei. La sua storia è diventata fiction “Le Ali” trasmessa una decina di anni fa su Rai Uno. Lo abbiamo avvicinato e gli abbiamo fatto l’intervista che segue.

Lei è stato insignito con la Medaglia d’ Oro al Valor Militare, quale “chiarissimo esempio di altruismo coraggio, altissimo senso del dovere e saldezza d’ animo”. Come la fa sentire questo?

Devo dire che non mi sono mai sentito diverso dagli altri, o superiore, anzi credo che nella vita non si finisca mai di imparare e credo sia giusto così. Io sono rimasto la stessa persona, con pochi pregi e tanti difetti.

Cosa le è rimasto dopo quel giorno di luglio?

Innanzitutto l’essere vivo e voglio ricordare che comunque in quel frangente si sono persi tre uomini, hanno ucciso tre giovani. Io dico sempre che la vita va vista come un bicchiere mezzo pieno, mai mezzo vuoto ed è ciò che ti consente di affrontare al meglio ogni tipo di difficoltà. Guardare sempre chi sta peggio, mai chi sta meglio. Questo modus vivendi ti permette di apprezzare e valorizzare di più ciò che hai.

Le capita mai di sognare quel momento?

Sinceramente no. E posso dire che erano altri tempi. Mi spiego meglio: oggi lo Stato Maggiore della Difesa dà il massimo supporto psicologico a tutti i militari che hanno bisogno. Io sono sincero a quei tempi non c’ era e per fortuna non ne ho avuto bisogno, non mi è mai capitato di dover richiedere di andare in cura da qualcuno. Su questo, io lo ripeto da ventisei anni, sono stato fortunato perché tutto sommato ho avuto una discreta reazione. Oltre al fatto di non poter camminare, non ci sono state altre gravanti. Quello che può accadere è di sognarmi che sto in missione: l’attimo dopo mi dico che sono uno sciocco perché in realtà sto in carrozzina e quindi non è possibile. Se ne vanno in quel momento anche i possibili incubi. Devo dire che questa cosa è strana ma simpatica. Nessun malessere, no. Il mio primo pensiero è sempre stato quello di tornare in servizio.

Infatti lei è tornato in servizio, mi conferma?

Certamente, sono tornato in servizio e di questo devo soltanto ringraziare lo Stato Maggiore della Difesa che me lo ha permesso, assumendosi una bella responsabilità non solo nel farmi tornare in servizio ma addirittura nel mandarmi fuori area come servizio attivo.

Quali sono state le sue missioni?

Sono partito nel 1997 per la Bosnia, poi kosovo, Iraq, Libano e giravo tanto, facevamo tante distribuzioni umanitarie e ci si coordinava con gli americani, soprattutto in Iraq. Mai posto limiti. Il fatto di avere una istituzione alle spalle che mi abbia permesso di ottenere il meglio dal punto di vista fisico è una cosa importante. Perché so bene cosa dà la società a chi finisce nelle mie condizioni per un incidente. A me fu detto dai medici che non mi sarei mai più alzato dal letto, invece grazie alle cure, ad un pizzico di caparbietà mi sono lanciato di nuovo con il paracadute, ho pilotato un aereo con i comandi speciali per diversamente abili. La verità è che non sto mai fermo.

Parliamo del servizio militare e della leva obbligatoria. Cosa pensa del fatto che non ci sia più?

Personalmente penso che i tempi non siano più gli stessi: c’è chi rimpiange la leva perché rappresentava un modo per far conoscere determinate cose, far capire valori importanti, capire la vita in un senso più completo. Ma a noi oggi serve un esercito di soldati professionisti: il budget per le Forze Armate già non è il massimo, spendere altri soldi per toglierli ai veri professionisti è un grande errore. La Forza Armata non si deve sostituire alla scuola o alla famiglia da dove deve partire l’insegnamento fin da quando i figli si mettono al mondo.

Parliamo dei valori, quelli veri…

Le cose stanno cambiando, io sono abbastanza ottimista. Anche girando nelle scuole mi rendo conto che in un certo senso abbiamo pagato il prezzo di tanti anni chiusi nelle caserme. Adesso spetta a noi farci conoscere. Quando parlo con i ragazzi ho un bel riscontro. Voglio dire che esistono ancora valori importanti e questo lo si nota anche nel Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa, quando vedo ragazzi e ragazze non più con quell’efficienza fisica, a causa di traumi di servizio. Loro stessi si rendono conto che la forza di volontà è importantissima e permette di compensare molto spesso dei deficit fisici.

Qual è il messaggio che lei vuole portare, incontrando i ragazzi delle scuole di tutta Italia?

Innanzitutto quello di amare la vita e viverla. Rispettare ciò che abbiamo e dare il giusto valore alle cose. Troppo spesso sembra che sia tutto scontato: a volte racconto di quando si va in missione, quando capita di incontrare ragazzini piccoli che vanno in guerra solo per ottenere una bottiglietta d’ acqua. Quando ascoltano discorsi simili si interrogano parecchio, come il fatto di aiutare un amico in difficoltà indipendentemente se chiede aiuto o meno. E’ questo che fa la differenza, che ci rende migliore di altri.

Qual è lo sforzo da fare, tutti, in questi tempi non facili?

Essere meno egoisti, darsi di più al prossimo e al tempo stesso essere un po’ più umili. L’arroganza non porta da nessuna parte, mentre l’umiltà consente di farsi capire meglio, di affrontare meglio le problematiche. Se si ha bisogno di qualcuno che ti aiuti, non bisogna vergognarsi, va chiesto con semplicità. Ci possono essere tanti strumenti, ci può essere lo sport (penso ancora al Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa) ma anche a realtà più piccole. Per esempio io aiuto il preparatore di portieri di una scuola di calcio di Caserta, la Caserta Accademy. Due ragazzini, un maschio e una femminuccia che fanno i portieri, quando ho tempo mi diverto con loro, visto che prima dell’incidente facevo il portiere. Vedo che non fanno differenza se sono in carrozzina o nelle mie gambe, questo è un segnale importantissimo. E’ anche una questione di cultura. Io vado tutti gli anni in Svizzera, per controlli medici. Ebbene, in quel posto venivano accompagnate le scolaresche a capire cosa fosse la disabilità, insegnando con tatto il giusto approccio. Non siamo di fronte ad un virus da tenere lontano, va rispettato. Insomma, ritengo che finché c’è una testa pensante, vi sia la possibilità di affrontare la vita nel miglior modo possibile.

Può dirsi soddisfatto della vita?

Assolutamente sì. Il rammarico che si può avere è dettato dal fatto che quel giorno abbiamo perso anche un ragazzo di 19 anni; questo è un pensiero che ti porti dentro. Vale per me ma anche per tutti coloro che indossano un’uniforme, che comandano. In quel caso, c’era il capitano Paolo Riccò, ora diventato generale. Comandava la nostra compagnia, la XVa Diavoli Neri. Il suo esempio ci ha fatto capire tante cose. Io parto dal presupposto che tutti possono comandare ma non tutti sono in grado di farlo. Per me è la stessa cosa con i miei figli, ho cercato con mia moglie di farli crescere con i giusti esempi. Da ragazzo, invece, io ho preso molte mazzate ma erano altri tempi e io forse, ero una “testa calda”. Eppure questo mi ha insegnato la lealtà, l’onore, l’amor di patria. Non mi posso lamentare dell’insegnamento ricevuto che mi è servito tantissimo e che è alla base di quello che sto cercando di dare ai nostri figli. Una ragazza di 17 anni e un maschio di 12 che stanno crescendo bene, con sani principi; il maschietto con una marcia in più perché ama lo sport ma soprattutto perché tifa Napoli, proprio come il suo papà.

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