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Apnee notturne

Apnee notturne: dannose compagnie!

Apnee notturne: dannose compagnie! Come riconoscere la OSA, Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno.

Le apnee notturne o Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno (OSA) è caratterizzata da ricorrenti episodi di ostruzione completa (apnee) o parziale dette ipopnee, limitazione di flusso delle alte vie respiratorie durante il sonno. Questo porta a ripetuti episodi di quella che viene chiamata “ipossiemia” ovvero riduzione dell’ossigenazione del sangue, risvegli di pochi secondi (quasi sempre non coscienti) associati ad attivazione del sistema nervoso simpatico.

Il sonno è quindi di qualità scadente e poco ristoratore con conseguenti sintomi sia notturni (russamento intenso, nicturia ovvero necessità anche molto frequente di eliminazione dell’ urina durante il riposo notturno) sudorazione notturna etc., ma anche diurni (eccessiva sonnolenza, irritabilità, deficit cognitivi e neuro-comportamentali etc.). Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’OSA non è considerata una patologia che comporta un pericolo per la vita. Tuttavia è una patologia che può determinare gravi conseguenze per la salute. Abbiamo voluto approfondire l’argomento, incontrando l’esperto in materia.

Intervista al dott. Fabrizio dal Farra, resp. Centro del Sonno ad indirizzo cardiorespiratorio S.C. di pneumologia, ospedale di Bassano del Grappa.

Dott. Del Farra, chi soffre maggiormente di questa patologia?

I dati della letteratura già in passato hanno riportato una prevalenza della malattia del 24% negli uomini e 9% delle donne, considerando però come dato solo l’indice di apnea per ora di sonno. Questo dato si riduce quando entra in gioco la sonnolenza diurna.

Uno studio epidemiologico condotto a Losanna in Svizzera nel 2015 ha documentato una prevalenza dell’OSA del 23% nelle donne e del 49% negli uomini, normopeso e di media età evidenziando come ci sia una grande quantità di persone che stanno sviluppando la patologia e che deve essere intercettata e posta in trattamento prima di sviluppare la patologia stessa.

Se consideriamo la percentuale di pazienti con sonnolenza diurna, vediamo che è meno del 10% del totale.
Pertanto il criterio che si basa sull’obesità e la sonnolenza per individuare i pazienti con sospetto di OSA in realtà ci permette di selezionare solo un minima parte dei pazienti. Si stima comunque che in Italia siano almeno 6 milioni le persone affette da OSA.

Quando ci si rende conto di esserne affetti?

Purtroppo l’andamento cronico e la progressione molto lenta non permettono al paziente di rendersi conto della comparsa della sintomatologia associata. Queste condizioni infatti spesso non vengono direttamente ricondotte ad un disturbo respiratorio nel sonno, come è il caso della nicturia che come già detto consiste nella necessità anche molto frequente, di eliminazione dell’urina durante il riposo notturno o della sonnolenza diurna.

L’obesità gioca un ruolo fondamentale in questa patologia, vero?

Le devo dire che non è una condizione indispensabile, anche se aumenta il rischio di apnee. Non si deve perciò cadere nello stereotipo delle apnee ostruttive come patologia solo dell’obeso.

È la presenza di complicazioni cardiovascolari (ipertensione arteriosa in particolare se farmaco resistente, fibrillazione atriale, infarto miocardico), neurovascolari (ictus) e metaboliche ad alto rischio (diabete, ipercolesterolemia, steatosi epatica, insufficienza renale) che dovrebbe indurre il medico curante a valutare l’eventualità della presenza concomitante dei disturbi respiratori nel sonno.

Come si procede per fare una diagnosi corretta?

Viene impiegato un sistema di monitoraggio cardiorespiratorio (foto 1) che può facilmente essere applicato al paziente.

Anche in presenza di rilevante sintomatologia la diagnosi non può prescindere dall’esame strumentale; la gravità degli indici del disturbo respiratorio nel sonno (detto AHI o indice di apnea/ipopnea per ora di sonno) e l’inquadramento clinico rappresentano il punto di partenza per la diagnosi di apnee e per porre l’indicazione al trattamento.

Quali sono i parametri?

Sulla base dell’indice apnea-ipopnea (AHI) l’OSA è definita di grado lieve (AHI compreso tra 5 e 14), moderato (AHI compreso tra 15 e 29), severo (AHI pari o superiore a 30). Poiché un monitoraggio cardiorespiratorio che documenti la presenza di 15 o più eventi ostruttivi per ora di sonno è associato ad un significativo incremento della mortalità, in particolare quella cardiovascolare, il valore soglia di AHI di 15 è considerato diagnostico anche in assenza di sintomi.

Passiamo adesso della terapia…

La terapia dell’OSA deve essere una terapia personalizzata sul singolo paziente. Norme di carattere generale come la riduzione o l’abolizione di bevande alcoliche, dell’uso di farmaci che possono influire sul controllo della muscolatura delle vie aeree superiori durante il sonno; migliorare l’ostruzione nasale con terapie mediche o chirurgiche, il calo ponderale, sono interventi basilari per un buon approccio alla patologia e per ridurre importanti fattori di rischio.

Il trattamento di riferimento dell’OSA, dopo più di trent’anni dalla sua introduzione, è la pressione positiva continua nelle vie aeree (utilizzando un piccolo ventilatore detto CPAP collegato al paziente tramite un tubo e una maschera da applicare al viso foto 2) che ha l’effetto di dare un sostegno meccanico alla parete della faringe evitandone il collasso in fase inspiratoria.

Con il trattamento con CPAP la mortalità, soprattutto per patologie cardiovascolari, si riduce come dimostrato dalle curve di sopravvivenza che sono simili a quelle dei soggetti di controllo. Trattamenti alternativi alla CPAP in pazienti selezionati sono la terapia posizionale indicata nei casi dipendenti dalla posizione corporea, i sistemi di protrusione mandibolare (MAD), la terapia chirurgica in casi selezionati e la stimolazione del nervo ipoglosso tramite un pace-maker per stimolare la contrazione del muscolo genioglosso in modo sincrono con gli atti inspiratori.

La sindrome delle Apnee nel Sonno ha un significativo impatto negativo sulla qualità della vita di chi ne è affetto; può iniziare a dare i suoi effetti molti anni prima della diagnosi e prima che la naturale progressione della malattia la renda sempre più rilevante.

di Angelica Montagna

Angelica Montagna

Direttore Responsabile


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