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CONTRO IL COVID-19 LA VITAMINA D.

Intervista al Prof. Sandro Giannini Clinica Medica 1, Dipartimento di Medicina DIMED, Università di Padova.

Angelica Montagna

Che la vitamina D faccia bene alle ossa, oramai, è cosa assodata. Che la stessa vitamina D possa avere effetti benefici sul decorso clinico della tanto temuta Covid-19 è un pò una sopresa. Abbiamo avvicinato il Prof. Sandro Giannini che ci parla sull’argomento. Ricordiamo che il Prof. Giannini ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche, è il responsabile del Centro Regionale Specializzato per l’Osteoporosi di Padova, responsabile per l’Azienda Ospedale-Università di Padova della Rete Europea delle Malattie Rare dello Scheletro “Bond-Ern” (European Reference Network on Rare Bone Diseases), uno dei cinque centri in Italia.
Lui è anche quel medico che alla prima ondata pandemica, quando ancora non si sapeva bene cosa fosse, ha risposto prontamente alla “chiamata alle armi” e ha iniziato i suoi turni in quella parte dell’Area Medica dell’Ospedale di Padova divenuta “Covid-19”, sotto la guida del Prof. Roberto Vettor. Un reparto Covid, quello dell’Ospedale di Padova, uno dei più grandi presidi medici in Italia, che da sempre usa metodiche e terapie più avanzate.

Un recente studio ha rilevato come la vitamina D possa essere un possibile supporto per migliorare il decorso dei casi più gravi di Covid-19. Com’ è possibile?

Questo è possibile perchè da molti anni noto l’effetto positivo della vitamina D sul sistema immune, ovvero lo stimolo che la vitamina stessa produce nei confronti di agenti esterni infettivi.

Facciamo un passo all’indietro: ci parli di questo studio…

Siamo partiti dalle evidenze già esistenti in letteratura internazionale della possibile relazione tra bassi livelli di vitamina D nel sangue e maggiore facilità di contrarre il SARS-CoV-2 e in particolare forme severe di Covid-19. Siamo partiti, ancora, da un’evidenza postaci dinnanzi a novembre 2020: uno studio francese su pazienti anziani fragili e ricoverati per Covid-19, in cui i soggetti che facevano già da tempo uso di vitamina D presentavano un decorso clinico decisamente più favorevole ed associato ad una riduzione del numero di decessi. Lo studio è stato pubblicato dalla stessa rivista autorevole “Nutrients” nella quale abbiamo pubblicato anche la nostra ricerca.

E’ uno studio che si basa ancora su ipotesi?

Si. Per questa ragione abbiamo inserito nel titolo del nostro studio il concetto di “hypothesis generating study”. Volevamo proprio sottolineare che lo studio ha generato una robusta ipotesi di efficacia della vitamina D nei pazienti con Covid-19 e comorbidità associate e che questa ipotesi andrà certamente ulteriormente confermata da studi randomizzati e controllati, peraltro già in corso.

Parliamo quindi della cura con la vitamina D…

La vitamina D è la cura più comune al mondo per le malattie che rendono lo scheletro fragile, nota da circa 200 anni.
La sua carenza nel sangue è stata la principale ragione dello straordinario numero di casi di rachitismo verificatesi in tutto il mondo tra fine ‘800 e metà ‘900.
Solo negli ultimi 10 anni è stato possibile ipotizzare che la vitamina D potesse avere anche altri effetti benefici, tra i quali quello sul sistema immunitario, di cui sembrerebbemigliorare le capacità difensive. Per tornare alla pandemia da Sars-Cov-2, è divenuto presto evidente, per la grande mole di dati scientifici pubblicati a livello internazionale, che i pazienti con Covid-19 hanno assai spesso livelli base di vitamina D nel sangue.
Alcuni di questi studi hanno, inoltre, ipotizzato che questi livelli bassi potessero favorire la contrazione del virus e lo sviluppo di forme più severe di malattia. Eravamo, quindi, piuttosto preparati a riscontrare valori sierici di vitamina D bassi o molto bassi nei pazienti con Covid-19 ricoverati a Padova.

Come hanno fatto i francesi, avete deciso dunque di somministrarla ai pazienti Covid ricoverati nella’area della Medicina Interna (non in terapia intensiva).

Esatto. Abbiamo somministrato dosi elevate nella fase del ricovero dei pazienti Covid-19, degenti nell’area internistica dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, durante la prima ondata pandemica di marzo-aprile 2020.  I pazienti che abbiamo trattato erano piuttosto anziani ed affetti anche da diverse altre malattie, come assai spesso capita nei soggetti con Covid-19.

I risultati riportati anche nel vostro studio quali sono stati?

Anche i pazienti Covid-19 inclusi nel nostro studio avevano realmente valori di vitamina D nel sangue molto bassi. Nei soggetti che abbiamo trattato e che avessero anche associate altre malattie significative, la somministrazione di vitamina D si è associata ad un netto miglioramento del decorso della malattia, con meno decessi e minore necessità di trasferire i pazienti in Terapia Intensiva.

Questi dati si aggiungono all’importanza del trattamento con vitamina D nei pazienti anziani con fragilità ossea. In questi soggetti, la vitamina D riduce di circa il 50% il rischio di incorrere nella frattura del femore, che una condizione che si associa ad una mortalità assai elevata dei pazienti che la sperimentano, nell’ordine del 20-25% solo nell’arco del primo anno dopo l’evento.

Al di là del Covid-19, la vitamina D andrebbe assunta sempre?

Il N.I.C.E. Istituto Nazionale per la Salute e l’Eccellenza Clinica propone che in inverno gran parte della popolazione del Regno Unito debba assumere la vitamina D, in modo da non incorrere nelle molteplici conseguenze cliniche associate ad una sua carenza. L’indicazione è decisamente forte e si basa sui costi assai contenuti di questa sostanza e sulla sua decisa manegevolezza in termini di effetti collaterali. Anche in Veneto, fino a qualche anno fa, era indicata, nei soggetti anziani, una supplementazione tardo-autunnale con vitamina D, che certamente ha molto contribuito a limitare la frequenza di ipovitaminosi D. Tuttavia, nel nostro Paese, in qualche occasione la vitamina D è stata anche adoperata in modo poco appropriato e, cioè, senza che ve ne fosse una reale necessità.

Insomma, vitamina D per tutti…

Non per tutti, certamente. Ma, certamente, nei soggetti che presentano problemi di fragilità ossea e, più in genere, in tutti quelli con valori bassi nel sangue. Non vi è dubbio che, scegliendo i soggetti che ne hanno una reale necessità, la vitamina D si associa a benefici notevoli per la salute, senza rischi di effetti collaterali e con costi del tutto contenuti.

Angelica Montagna

Direttore Responsabile

InForma Salute
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