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COVID 19 E IMPATTO SUGLI ADOLESCENTI.

Intervista alla dott.ssa Ornella Minuzzo psicologa-psicoterapeuta-neuropsicologa presidente Associazione Psicologi Marosticensi.

Angelica Montagna

La pandemia di Covid-19, oltre alle evidenti ricadute sulla salute e sull’economia, secondo gli esperti avrà conseguenze anche sotto l’aspetto mentale, in particolare dei bambini e degli adolescenti. La chiusura delle scuole, il distanziamento sociale e l’incertezza per il futuro stanno creando nei giovani effetti ritenuti addirittura “devastanti” che solo il tempo riuscirà a quantificare. Dai sondaggi finora effettuati, a sorpresa, sono i giovani a sentirsi oggi maggiormente in una condizione di solitudine. Le ultime restrizioni hanno peggiorato ancor di più questa percezione. Anche in questo caso, abbiamo avvicinato l’esperta.

Che studi ci sono in tal senso?

Uno studio, “Young people bear the brunt of pandemic mental health issues”, uscito su Public Health, condotto durante le prime sei settimane di lockdown in Gran Bretagna, ha evidenziato quanto i giovani siano più a rischio depressione rispetto agli adulti o agli anziani: l’84 per cento delle persone tra i 18 e i 24 anni ha riferito sintomi di depressione, mentre il 72 per cento di ansia. Appare evidente che un distanziamento prolungato, nella fase in cui si sta strutturando la personalità ha conseguenze estremamente negative dal punto di vista della capacità di relazionarsi e comunicare. Questa forma di disagio sociale, già latente nella società moderna, è stata acuita dal Covid-19 e richiede ora approfondimenti importanti e investimenti strutturali  Non è un caso che, già all’inizio del 2018, il Governo britannico dell’allora Premier Theresa May avesse annunciato un «ministero per la Solitudine», sulla base di studi svolti dalla commissione Jo Cox, creata in onore della parlamentare laburista assassinata, che per prima aveva colto la portata del fenomeno.

In Italia come siamo messi?

Anche in Italia i sondaggi fino ad ora effettuati confermano queste problematiche. “Le evidenze scientifiche nazionali e internazionali – ha affermato Don Giovanni Fasoli, psicologo e docente dell’Università IUSVE di Venezia- Mestre – dimostrano che il lockdown per bambini e ragazzi non sia stato solo un isolamento forzato, limitato al periodo delle restrizioni, ma ne rimangano tracce che vanno oltre”. Gli studi – in particolare quello dell’Ospedale Gaslini di Genova – ci dicono che queste tracce assumono nella maggior parte dei minorenni caratteristiche somatiche, con frequenti disturbi d’ansia, sensazione di fiato corto, significativi disturbi del sonno (dalla fatica a svegliarsi per iniziare le video-lezioni scolastiche alla difficoltà ad addormentarsi); instabilità emotiva espressa da irritabilità e cambiamenti del tono dell’umore. È quindi l’impatto psicologico che dobbiamo considerare. I giovani hanno dovuto cambiare i loro ritmi, molti si sono ritrovati a gestire con molta difficoltà il loro tempo con conseguenze sul ritmo sonno-veglia, sulle abitudini alimentari.

Dalla loro, hanno le nuove tecnologie che sanno usare bene…

In quanto alle nuove tecnologie, se da una parte telefono cellulare e internet permettono, oltre che a seguire le lezioni, di rimanere in contatto con amici e coetanei (anche se non si possono considerare un sostituto del contatto sociale: il 53% di chi soffre la solitudine, pur utilizzandole, avverte disagio nel doversene servire come canale di contatto con le altre persone; appena il 26% di chi si sente “in solitudine” considera i social un buon veicolo per mantenere le relazioni esistenti). Dall’altra esse nascondono anche molte insidie in quanto sono divenute ulteriori potenziali mezzi attraverso cui compiere e subire prepotenze o soprusi; da qui la necessità, di predisporre un quadro preciso del fenomeno, da monitorare.

Parliamo dunque di cyberbullismo?

A corollario di quanto fin qui esposto  è  particolarmente utile fornire una panoramica conclusiva sui fenomeni del bullismo, del cyber bullismo misurati attraverso le indagini Istat “Aspetti della vita quotidiana” e “L’integrazione delle seconde generazioni”, già presentati  in occasione di una precedente audizione sul tema del bullismo avvenuta in data 29 marzo 2019. Per bullismo si indicano generalmente le prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei.
La definizione del fenomeno si basa su tre condizioni: intenzionalità, persistenza nel tempo, asimmetria nella relazione. Esso è pertanto contraddistinto da un’interazione tra coetanei caratterizzata da un comportamento aggressivo, da uno squilibrio di forza/potere nella relazione e da una durata temporale delle azioni “vessatorie”. Il cyber bullismo, consiste nell’invio di messaggi offensivi, insulti o foto umilianti tramite sms, e-mail, diffuse in chat o sui social network, allo scopo di molestare una persona per un periodo più o meno lungo.

Facciamo un pò di chiarezza sui due fenomeni…

Un aspetto che differenzia il cyberbullismo dal bullismo tradizionale consiste nella natura indiretta delle prepotenze attuate in rete: non c’è un contatto faccia a faccia tra vittima e aggressore nel momento in cui gli oltraggi vengono compiuti. Considerate le caratteristiche della comunicazione virtuale, per poter definire un atto di bullismo elettronico, la persistenza nel tempo ha un ruolo meno rilevante. Anche una singola offesa divulgata a molte persone attraverso Internet o telefoni cellulari può arrecare danno alla vittima, potendo raggiungere una platea ampia di persone contemporaneamente ed essere condivisa ipoteticamente.

E’ importante rilevare come la pandemia abbia provocato un aumento di questo tipo di soprusi tra i ragazzi

Come si potrebbero aiutare i ragazzi in un momento così difficile e delicato?

In famiglia si dovrebbe approfittare di questo periodo per migliorare la comunicazione tra genitori, e figli, scoprire nuove forme di condivisione e complicità; inoltre i genitori dovrebbero monitorare la comunicazione sui social per evitare i fenomeni esposti

Le scuole dovrebbero ampliare le loro possibilità di dialogo con i ragazzi, creando aule virtuali in cui i ragazzi possono raccontarsi e parlare delle loro emozioni, di ciò che provano: dare l’opportunità ai ragazzi di verbalizzare i loro vissuti, creare dei veri e propri laboratori di elaborazione, ma anche, come ha indicato la stessa Organizzazione mondiale della Sanità, creare un clima di leggerezza, che non significa superficialità. Nelle classroom ad esempio non ci possono essere solo compiti da fare e video-lezioni da ascoltare, ma anche idee da sviluppare, libri e musica da ascoltare.

Angelica Montagna

Direttore Responsabile

InForma Salute
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