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Editoriale

Alessandro Tich – Direttore Responsabile di “InFormaSalute” L’uomo razzo made in Italy è un tranquillo signore, affabile e disponibile, che parla di missioni spaziali e di esperimenti in orbita con grande chiarezza e semplicità. Per parlare di questi argomenti, del resto, è ampiamente titolato. Umberto Guidoni – romano, 57 anni, astrofisico, ricercatore e divulgatore scientifico – nello spazio ci è andato infatti due volte: con due missioni, a cinque anni di distanza l’una dall’altra, entrambe del programma Space Shuttle della Nasa. Nello scorso mese di ottobre, il noto astronauta è stato protagonista di un affollato incontro con il pubblico a Cartigliano, dove l’inusuale ospite (incontrare un “terrestre” che ha viaggiato nel cosmo non è certo cosa di tutti i giorni) ha risposto volentieri all’invito della Biblioteca Comunale e dell’assessorato alla Cultura del Comune per una serata dedicata ai voli spaziali. Nel corso dell’incontro agli impianti sportivi di Cartigliano, Umberto Guidoni – come riportiamo nella nostra storia di copertina – ha parlato di molte cose. A partire dalle ormai storiche missioni dello Shuttle, che hanno rivoluzionato la concezione delle missioni spaziali e della stessa “figura professionale” degli astronauti e che la Nasa, per motivi di budget, ha da poco messo in pensione. E poi ancora le condizioni di vita all’interno della Stazione Spaziale Internazionale, le ricerche e gli studi a bordo del laboratorio orbitante, il futuro dell’uomo nello spazio. Ma una cosa, in particolare, ci ha colpito del suo racconto: e cioè le grandi potenzialità della ricerca spaziale negli anni a venire per lo studio – con un approccio e da un punto di vista completamente nuovo – sui processi di invecchiamento del nostro organismo. Un’opportunità che secondo altri studiosi potrebbe portare, in un tempo non troppo lontano, alla sperimentazione di possibili terapie anti-aging, in grado di rallentare alcuni effetti del fisiologico degrado dell’età avanzata. Non stiamo parlando di fantascienza, né di elisir di giovinezza né tantomeno di interventi ai limiti della bioetica. Non si tratta di tirare forzatamente indietro le lancette dell’orologio biologico, ma solamente di considerare un’interessante evoluzione nel campo della ricerca sfruttando situazioni ambientali che solo l’assenza di gravità può offrire. Le condizioni fisiche degli astronauti nel corso delle missioni in orbita corrispondono infatti a un vero e proprio invecchiamento precoce. Si ridistribuiscono i fluidi nel corpo, aumenta la pressione alla testa e agli occhi, diminuisce il tono muscolare, si perde – anche se in minima percentuale – della massa ossea, non c’è più abitudine a camminare. Problemi da cui gli astronauti, una volta rientrati sulla Terra, riescono a recuperare e a riabilitarsi in tempi mediamente veloci. Ma anche problemi a riguardo dei quali la Medicina dello Spazio – per garantire lo stato di salute dei cosmonauti impegnati in missioni orbitali che oggi non durano meno di sei mesi – è sempre più chiamata a ricercare le opportune soluzioni. “Soluzioni che se funzionano nello spazio – sottolinea Guidoni – possono essere applicate anche sulla Terra.” Una prospettiva che la letteratura scientifica sta cominciando a considerare con crescente attenzione. Un’equipe della Marquette University di Milwaukee (USA) ha monitorato il tricipite della sura (un muscolo situato nella parte posteriore della gamba, essenziale per il mantenimento della postura e dell’equilibrio) di 9 astronauti russi e statunitensi alternatisi sulla Stazione Spaziale Internazionale dal 2002 al 2005, attraverso una serie di biopsie. Ciascun soggetto aveva trascorso sei mesi sulla stazione orbitante, sottoponendosi all’esame appena prima di partire e subito dopo il ritorno. Dalle analisi è emerso che al termine della missione i cosmonauti mostravano un indebolimento delle fibre muscolari pari al 40%, tanto che un uomo di un’età media di 40 anni arrivava a dimostrarne più o meno il doppio. Salvo poi recuperare il tono muscolare corrispondente a quello della propria età anagrafica nel giro di pochi giorni. La nuova frontiera della scienza medica guarda anche verso l’alto: per cercare nuove risposte oltre l’atmosfera terrestre.

Alessandro Tich

Condirettore

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