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Editoriale

Alessandro Tich foto_tich Un cucchiaino in meno di sale al giorno: può sembrare un’inezia, ma basterebbe per evitare 67mila casi di infarto all’anno e 40 mila casi di ictus. E’ il chiaro messaggio lanciato dall’Anmco (Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri), che mette in guardia sulle possibili conseguenze dell’abuso di uno dei condimenti di base della nostra cucina. Già: perché quel “pizzico di sale in più” aggiunge sapidità ai nostri piatti, ma può riservare – a lungo andare – brutte sorprese. Non è un problema solo italiano: secondo uno studio americano presentato il mese scorso a un convegno internazionale sulla nutrizione e il rischio cardiovascolare a New Orleans, il sale “ucciderebbe” 2,3 milioni di persone ogni anno nel mondo. Le cause: infarto e ictus, per l’appunto, e altri problemi cardiovascolari riconducibili al consumo eccessivo di sale. A consumare troppo sale è oltre la metà della popolazione mondiale: il 65% degli individui ne consuma quasi il doppio della dose giornaliera raccomandata dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), e cioè non più di 5 grammi. Il problema è che noi italiani siamo tra i consumatori di sale più accaniti al mondo e pochissimi, in Europa, si comportano peggio di noi. Per prevenire le conseguenze di questo scorretto stile alimentare conta poco, purtroppo, il fatto di evitare di aggiungere il sale ai cibi e di portare la saliera in tavola. Perché il sale, per la maggior parte, lo consumiamo senza accorgercene: solo il 20% del sale assunto è di condimento, il restante 80% arriva sulle nostre tavole e nel nostro organismo direttamente dal negozio o dal supermercato: ovvero dai cibi pronti e già confezionati (formaggi, salumi, carni e altri alimenti) che contengono una grande quantità di sale “occulto”. La situazione, fortunatamente, non è incontrollata: il Ministero della Salute, già dal 2009, è impegnato in una costante campagna per la riduzione del consumo del sale nell’alimentazione per migliorare la salute della cittadini. Nell’ambito degli accordi che hanno determinato la riduzione del quantitativo di sale in diverse tipologie di pani, artigianali o industriali, nonché in alcune tipologie di paste fresche e primi piatti pronti surgelati, i tecnici del Ministero hanno incontrato di recente i rappresentanti delle associazioni dei produttori alimentari, nonché diversi esponenti del mondo scientifico. Nel corso dell’incontro sono stati forniti i dati preliminari relativi al consumo di sale della popolazione italiana, (popolazione generale più un campione di soggetti ipertesi e un campione in età pediatrica), acquisiti grazie al progetto “Minisal” del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie. I dati hanno evidenziato come il consumo di sale nella popolazione italiana sia ancora notevolmente superiore a quanto raccomandato dall’OMS, con valori medi di 12 grammi per gli uomini e 9 grammi per donne. Inoltre i soggetti ipertesi consumano solo un 1 grammo al giorno in meno della media della popolazione, contrariamente alle raccomandazioni mediche che invitano gli ipertesi a ridurre decisamente il consumo di sale. Nei bambini il consumo di sale aumenta progressivamente con l’età attestandosi su valori elevati già all’età di 9 anni (8 grammi al giorno). Le associazioni di categoria hanno tutte confermato la volontà di continuare a lavorare accanto alle istituzioni per portare il consumo di sale ai livelli raccomandati. E questa è una buona notizia: la riduzione del consumo di sale, del resto, è uno degli obiettivi prioritari dell’OMS e dell’Unione Europea, nell’ambito delle strategie di prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili. Che dire dunque, alla fin fine? Facciamo più attenzione ai condimenti e agli ingredienti di quello che mangiamo. Un minimo di cura in più verso noi stessi, a cominciare dall’alimentazione, può diventare un utile esercizio di prevenzione quotidiana. Evitando, in termini di salute, di pagare in futuro un conto salato.

Alessandro Tich

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InForma Salute
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