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Fabrizio Pulvirenti

Fabrizio Pulvirenti: un medico con un grande cuore!

Fabrizio Pulvirenti

Fabrizio Pulvirenti: un medico con un grande cuore!

Faceva di tutto per tenere in vita i contagiati dal virus Ebola

Il Dottor Fabrizio Pulvirenti è l’unico cittadino italiano ad avere contratto il virus ebola mentre prestava servizio medico volontario in un centro gestito dall’organizzazione non governativa Emergency in Sierra Leone. Il Dottor Pulvirenti nasce a Catania nel 1964, consegue la laurea in medicina con lode e successivamente si specializza in malattie infettive ed in gastroenterologia. Alla normale attività professionale ha affiancato negli ultimi anni quella da volontario, collaborando soprattutto con Emergency.

Nel 2014 è partito per la Sierra Leone, uno dei paesi più interessati dalla recente epidemia di ebola che ha causato la morte di circa 9mila persone nella sola Africa. Verso la fine del 2015 il dott. Fabrizio Pulvirenti risultò positivo al virus ebola mentre si trovava a Lakka. Ricoverato d’urgenza presso l’Istituto Nazionale per le malattie infettive, “Lazzaro Spallanzani” di Roma, riceve le prime cure dal Direttore malattie infettive il Dott. Ippolito Giuseppe. A distanza di sei mesi abbiamo pensato di intervistare in prima persona il dott. Pulvirenti, per farci raccontare la Sua esperienza.

Perché un medico con un curriculum come il Suo sceglie di svolgere la propria professione in Paesi ritenuti difficili e pericolosi?

«La scelta di partire come volontario per una missione è maturata nel corso degli anni: per molto tempo ho riflettuto sulla opportunità di operare in realtà difficili (come le definisce) e, quando ho ricevuto la chiamata di Emergency non ho esitato un momento. Poi la Sierra Leone è uno dei posti più belli al mondo, con paesaggi incantevoli. Il flagello di Ebola ha devastato quel posto meraviglioso piegando la popolazioni in comportamenti che non capisce (non toccarsi, non salutarsi, ecc.). Rispondere alla chiamata di Emergency per me è stato un privilegio».

Dott. Pulvirenti, attualmente dove presta la propria professione?

«Attualmente, e ormai da 11 lunghi anni – lavoro nell’UO di Malattie Infettive dell’Ospedale Umberto 1º di Enna».

Ci racconti, sia pur brevemente, la Sua esperienza a Lakka e come venivano curate le persone che contraevano “Ebola”?

«L’approccio prima a Lakka e poi a Goderich nell’epidemia di Ebola è stato in pieno stile Emergency, ovvero i pazienti sono stati trattati allo stesso modo di quanto si fa in occidente (e questo nonostante le critiche delle altre ONG e del WHO). Pensare di poter “contenere” con una cintura sanitaria una epidemia di quelle proporzioni è, non solo folle, ma anche sciocco. Ciò che andava fatto era trattare quei pazienti esattamente come avremmo trattato un nostro connazionale. Non ci si è risparmiati, pertanto, nel posizionare cateteri vascolari o vescicali, nell’eseguire esami di laboratorio e nel somministrare terapia. Ebola è un virus e la guarigione dalle malattie virali avviene (con poche eccezioni) quando il sistema immunitario raggiunge la capacità di elaborare una risposta competente ed efficace. Se dovessi rispondere in estrema sintesi alla sua domanda direi che facevamo di tutto per tenerli in vita. E molto spesso ci riuscivamo».

Come è stato contagiato dal virus?

«Mi piacerebbe saperlo. In realtà qualsiasi momento è buono per contagiarsi. Io so solo di avere osservato con scrupolo le norme di sicurezza ma, evidentemente, qualcosa non è andato per il verso giusto».

Quali sono stati i sintomi di Ebola?

«Ho iniziato a star male qualche giorno prima della manifestazione febbrile con nausea, vomito e diarrea. Poi è comparsa la febbre ed è stato in quel momento che ho valutato l’ipotesi di essermi contagiato. Poi ho eseguito l’analisi e la risposta è stata positiva».

Come è stato accolto allo Spallanzani di Roma?

«Sono stato accolto molto bene sia dai colleghi medici che da tutto il personale. Ogni tanto ripenso alle lunghe settimane passate in ospedale e alle attenzioni che mi erano rivolte».

Quando ha capito che Ebola sarebbe stata sconfitta?

«Quando sono stato dimesso dalla terapia intensiva, dopo 5 o 6 giorni di degenza, ho compreso che avrei potuto farcela. Da quel momento in poi le cose, tra alti e bassi, sono andate molto bene e alla fine abbiamo sconfitto la malattia».

Che cosa ci può dire dell’On. Beatrice Lorenzin?

«Credo che sia uno dei migliori Ministri della Salute che il nostro Paese abbia avuto. Sono stato un anno fa a ringraziare personalmente il Ministro per l’attenzione prestata nei miei confronti e, nel corso della conversazione, è emersa non solo una grande competenza relativa al complesso mondo sanitario ma anche (ed è stata la cosa che più mi ha gratificato) una grande sensibilità nei confronti proprio delle malattie infettive che in questi mesi, a causa di una cattiva interpretazione del sistema di codifica automatico dei DRG (Diagnosis Related Groups), stanno vivendo momenti di estrema difficoltà. Ho personalmente informato l’On. Lorenzin di questa anomalia e ho ricevuto la promessa di una sua attenzione al problema affinché non venga depauperato un importante patrimonio culturale e scientifico solo per assecondare interessi economici».

Se ce ne fosse bisogno, partirebbe per qualche parte del mondo ad assistere i malati di Zika?

«Ho immediatamente dato la mia disponibilità a partire ancora in missione ma, al momento, non sono stato ancora chiamato. Per quanto riguarda Zika… sono pronto a partire».

Leggi anche: Virus Zika, i rischi reali

di Endrius Salvalaggio

Endrius Salvalaggio

Redazione InFormaSalute

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