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Ginecologia e Ostetricia, tra scienza e coscienza

Ginecologia e Ostetricia: UNA MEDICINA DI SPERANZA

Incontro col prof. Giuseppe Noia, docente di Ginecologia e Ostetricia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici.

Il Professor Giuseppe Noia

Tra i relatori del convegno “Scienza e Coscienza in Ginecologia e Ostetricia”, di cui ci siamo già occupati nell’articolo precedente, un nome di spicco è rappresentato dal professor Giuseppe Noia. E il perché è presto detto: il prof. Noia, luminare del settore, è infatti docente del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia della Scuola di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia della Scuola di Ostetricia del Policlinico “A. Gemelli” e del corso di laurea in Ostetricia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. È inoltre docente del Corso di Perfezionamento e dei Master in Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, nonché professore associato di Medicina dell’Età Prenatale sempre presso a facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” della stessa Università.

È anche docente dei corsi di Perfezionamento e dei Master in Bioetica presso il Pontificio Consiglio per gli studi sulla famiglia Istituto Giovanni Paolo II.

Consulente per il Papa

Dirige l’Hospice Perinatale – Centro per le Cure Palliative Prenatali “S. Madre Teresa di Calcutta” presso il Policlinico Gemelli – I.R.C.C.S. di Roma ed è il fondatore e presidente della Fondazione “Il Cuore in una Goccia” Onlus. È il presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC) e nel 2018 è stato nominato consultore del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita del Vaticano. “Il Papa – ci spiega il professore – ogni quattro anni nomina otto personaggi del mondo medico, giuridico e intellettuale che vengono chiamati a dare il loro contributo su documenti che riguardano tematiche di loro competenza”. E uno di questi otto consultori papali, a partire dall’anno scorso, è proprio lui.

La sua intensa attività scientifica e clinica, ma anche di divulgazione, è particolarmente dedicata alle cosiddette fragilità prenatali, vale a dire tutte quelle condizioni di fragilità malformativa del feto per le quali esiste un’alternativa all’aborto eugenetico e cioè all’interruzione volontaria della gravidanza praticata al solo scopo di non veder nascere un figlio malato o malformato a prescindere. Incontriamo il professore in un momento di pausa del convegno di Vicenza, dove è dapprima intervenuto con una relazione sul tema “Perdita del figlio nel II trimestre: diagnosi prenatale e aborto eugenetico” e quindi con una “proposta concreta clinico-ginecologica”, basata sulle buone pratiche messe in atto nelle strutture da lui dirette.

Professor Noia, il suo contributo al convegno di oggi che informazioni ha voluto dare?

La giornata di oggi parla di scienza e coscienza. Quindi un profilo di altissimo livello culturale che è valido per credenti e non credenti, per tutti. Perché basare le proprie attività, le proprie prestazioni mediche, sul piano dell’evidenza scientifica è un valore che tutti vogliono. Noi abbiamo cercato di dimostrare che c’è un’alternativa all’interruzione volontaria per aborto eugenetico. Io ho mostrato tutta l’esperienza del mio gruppo al Gemelli e dell’Hospice Perinatale che io dirigo, e ho spiegato quello che l’Hospice Perinatale significa. Cioè dare speranza in situazioni che sembrano anche non curabili, ma senza fare accanimento terapeutico e cioè validando le tecniche di cura al feto, con trattamenti anche di palliazione, ovvero senza far sentire dolore, di tutte quelle condizioni dove la scienza e la coscienza ci dicono che possiamo intervenire.

Quindi che tipo di medicina si rivolge alla fragilità prenatale?

Questa è una medicina di speranza. Non è una forma di accidia intellettuale, quella che mi fa dire “tanto io non posso fare nulla”, ma è il cercare mediante la scienza di dare speranza alle persone, senza chiedere se hanno un’etichetta cattolica o meno. L’obiettivo è salvare l’umano che c’è in ognuno di noi, soprattutto in queste mamme che nonostante le patologie, come dice il “National Vital Statistics Reports”, vogliono accompagnare i loro figli fino a quando vivranno. Spesso io dico che se c’è una donna che al quinto mese trova una malformazione del feto e mi dice “professore, ma questo creerà problemi gravi a me e alla famiglia?”, allora io le dico “signora, io rispetto ogni cosa, però se questo bambino invece di 5 mesi avesse un anno dopo la nascita e qualcuno le dicesse che è un bambino che ormai tra 4 mesi non ce la farà, lei che cosa fa?”. E tutte stanno in silenzio, capiscono che accompagnare un figlio, al di là che sia al 5 mese prima della nascita o a un anno dopo la nascita, è la stessa cosa. Per cui la risposta, senza fondamentalismi etici, che noi aborriamo, è di cogliere l’umano di quella richiesta che in Italia più di 2000 famiglie hanno già affrontato. Tutto questo nell’Hospice Perinatale viene supportato da una Fondazione che io dirigo e che si chiama “Il Cuore in una Goccia”. Qui c’è una connotazione tipicamente cristiana perché nasce dalle parole di Madre Teresa: “Metti la tua goccia e arriverà l’oceano di Dio”. Ed è arrivato l’oceano, perché il Dicastero, proprio un anno fa, ci ha coinvolto come Fondazione a fare un evento, che è diventato poi un progetto. Per cui sono venute 420 persone da 70 Paesi del mondo, la scorsa settimana in Vaticano, per offrire – non per imporre – questo modello dove la sinergia tra scienza, famiglia e fede dà speranza alle famiglie che hanno fragilità prenatale.

di Alessandro Tich

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