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Giovanni Spitale

Giovanni Spitale: il dolore e la speranza

Giovanni Spitale

Giovanni Spitale racconta il dolore e la speranza!

Giovanni Spitale è nato nel 1987. Se gli si chiede di definirsi si dice un “agnostico titubante, mezzo terrone, cacciatore accanito di risposte ultime”.

Vive e lavora tra le montagne della Valbrenta. Ha due lauree, per ora. La parte rilevante della sua storia è inizia nel 2009. All’epoca era un giovane capo scout impegnato in una delle solite attività estive. Con i ragazzi della sua compagnia stava percorrendo l’alta via numero uno delle dolomiti, da Braies a Cortina.
Una sera, sotto la Croda del Becco, i ragazzi hanno proposto un momento di riflessione, un’attività spirituale sulla morte e sulla vita. Ognuno di loro aveva un foglietto sul quale avrebbero dovuto stilare una lista, il titolo era: “Quali sono le dieci cose che vorresti assolutamente fare prima di morire?”.

Anche Giovanni ha fatto la sua lista, il suo primo punto gli ha cambiato la vita. “Nel momento in cui ci mettiamo di fronte alla realtà della nostra morte – racconta Spitale – Iniziamo a capire cosa renda la vita davvero importante e davvero degna di essere vissuta. Il primo punto della mia lista era molto semplice: vorrei salvare la vita a qualcuno”.

Tornato a casa, Giovanni ha pensato a lungo a come poter realizzare il suo desiderio. La risposta era facile, veloce ed efficace: “Sarei diventato donatore di sangue, di organi e di midollo osseo”. Le motivazioni che si era dato parevano altrettanto efficaci. “Gli organi ed i tessuti si prelevano dopo la morte, quindi nessun problema – si era detto Spitale – Il sangue si può donare anche tre volte l’anno, senza alcun fastidio per il donatore. Per il midollo osseo è un po’ diverso: ci si sottopone ad un esame del sangue un po’ particolare, la tipizzazione, che serve a conoscere il profilo HLA del potenziale donatore. Quei dati confluiscono in un database mondiale, e fine. Si rimane a disposizione. Si viene chiamati alla donazione effettiva solo qualora ci fosse una persona in attesa di trapianto, e le chances che ciò accada sono piuttosto basse: per chi attende un donatore compatibile la probabilità di trovarlo è una su centomila”.

Spitale voleva essere uno di quei centomila, ma purtroppo non fu così. “Avevo deciso di iniziare a realizzare la mia scelta proprio con la tipizzazione, così un venerdì di fine ottobre sono andato in ospedale ed ho fatto il passo – ricorda Giovanni – Il lunedì successivo ero davanti alla porta dell’università, stavo per entrare a lezione. Sono laureato in filosofia ed in scienze filosofiche, ho sempre amato il mio campo di studi. Mi chiama mia madre: i medici avevano visto il mio esame del sangue, e dicevano che non si spiegavano come potessi essere in grado di camminare.
L’emoglobina, che normalmente varia tra i 12 ed i 15 grammi per litro, era a 4. Le piastrine: 3000 per millimetro cubo, quando i valori normali si aggirano tra 150.000 e 400.000. I globuli bianchi erano praticamente assenti”. Giovanni era malato, ma di cosa? “Passare da questi dati a una diagnosi non è stato veloce – spiega – ma era immediatamente evidente che il destino ci sa fare, con l’ironia. Io volevo donare il mio midollo osseo, ma era chiaro che il mio midollo osseo (deputato a produrre le cellule del sangue) non stava funzionando”.

La diagnosi, poi, è arrivata: aplasia midollare idiopatica, una malattia rara. In altri termini ,per ragioni ignote , Giovanni aveva perso il 98% del mio midollo osseo, e quello che restava non stava producendo. Aveva due alternative terapeutiche: la prima era il trapianto. Come già detto: il destino ci sa fare con l’ironia. In Italia al tempo c’erano circa 350.000 donatori potenziali di midollo osseo, in tutto il mondo 21 milioni. Tra tutte queste persone nessuna era compatibile con lui. La seconda opzione terapeutica era molto più drastica: prevedeva il totale arresto del suo midollo osseo con una potente immunosoppressione, sperando che poi riprendesse a funzionare in maniera normale.

La vita di Giovanni cambiò di colpo: da chi si era tipizzato per salvare una vita era diventato chi aveva estremo bisogno di essere salvato. “Non voglio raccontare dell’ospedale – spiega – del mio ricovero, di come si vive quando non sai se il giorno dopo ti sveglierai, di cosa vuol dire condividere sogni, speranze e paure con altre persone che continuano a morirti attorno. Come d’autunno sugli alberi le foglie, scriveva Ungaretti. Come stare in trincea. Voglio ricordare invece la preparazione e l’umanità di medici, infermieri ed OSS del San Bortolo di Vicenza. Voglio ricordare le partite a carte, i giochi di prestigio, i momenti di normalità strappata con le unghie e con i denti alla malattia”.

Per tentare di salvare la vita di Giovanni Spitale si tipizzarono oltre 400 persone. Un passaparola incredibile che portò all’ospedale San Bassiano oltre 400 persone, tra amici, conoscenti e perfetti sconosciuti, che avevano solo sentito del suo caso e volevano fare qualcosa: speravano di poter essere loro il donatore compatibile. Non fu così, non è ancora così.

Giovanni è ancora malato, ma la sua malattia e tutte le azioni intraprese per divulgare informazioni e progetti rivolti alla promozione della tipizzazione hanno permesso di salvare almeno dieci vite. Tra i donatori che hanno avuto il privilegio di farlo, per sconosciuti, ci sono anche alcuni amici di Spitale che si erano tipizzati per salvare proprio lui. Cosa che hanno un po’ fatto salvando la vita di una persona malata come il loro amico. Nel frattempo Spitale non si è arreso e non si arrende. “Ne sono uscito vivo, malmesso ma vivo – spiega – La terapia aveva fermato il procedere della malattia, almeno per un po’. Dieci anni, in teoria, se tutto va bene. Ho imparato a non buttare via nemmeno un minuto, a vivere ogni giorno come se fosse il penultimo, valorizzando ogni momento e non smettendo di sognare e di pianificare il futuro. Ma non potevo aspettare e basta, sperando che prima o poi un donatore arrivasse da solo. Dovevo fare qualcosa: per me, che vorrei raggiungere almeno l’età di Cristo (e non mi pare di chiedere poi molto). Per tutti quelli come me, la cui vita dipende dalla scelta e dalla generosità di qualcun altro. Per quelli che non ce l’hanno fatta: Stefano, Natalino, Franco e troppi altri. Ho deciso che bisognava fare qualcosa, e qualcosa mi sono messo a fare”. E “qualcosa” è più che mai un eufemismo.

di Francesca Cavedagna


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