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LASCIAMO CHE SIA IL VIRUS A PARLARE

Tre domande al prof. Giorgio Palù, professore ordinario di Microbiologia e Virologia dell’Università di Padova.

Alessandro Tich

Per un virologo un periodo come questo, nel quale il nuovo Coronavirus è entrato improvvisamente tra le preoccupazioni della nostra vita quotidiana, è particolarmente intenso.

Lo è ancor di più per il prof. Giorgio Palù, professore ordinario di Microbiologia e Virologia dell’Università di Padova, già presidente della Società Italiana ed Europea di Virologia, nonché preside della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova, che oltre alla sua attività scientifica di chiara fama si trova attualmente a dedicare buona parte del suo tempo a rispondere al costante pressing degli organi di informazione nazionali che richiedono il suo parere in interviste e dibattiti televisivi su quello che è l’unico grande tema del momento. Sul fatto che del nuovo Coronavirus se ne parli così tanto, e spesso anche a sproposito, la posizione del prof. Palù è estremamente critica, come conferma anche nella breve intervista che segue. Il risultato, secondo il noto virologo, è che tutte queste discussioni che debordano dai canali scientifici, amplificate dai megafoni televisivi e del web, hanno prodotto la “quarantena” dei Paesi esteri nei confronti dell’Italia, con le note problematiche di carattere economico che stanno emergendo in conseguenza del tam-tam mediatico sull’argomento.

Riguardo alla “versione italiana” del virus, lo scorso 24 febbraio il prof. Palù – come ha dichiarato ai microfoni della trasmissione “Radio anch’io” su Rai Radio 1 e come riportato dall’agenzia Askanews – ha specificato che “è inutile cercare il paziente zero perché ormai in Veneto, in Lombardia, nel nord Italia, la diffusione è autoctona, non è più di importazione. È un virus che sta diventando a diffusione endogena.” Ospite della trasmissione “DiMartedì”, condotta da Giovanni Floris su La7, il professore ha affermato che in merito alle decisioni del governo per arginare il contagio e quindi una possibile epidemia “forse si poteva fare qualcosa di più prima”, trovandoci “di fronte a un’emergenza pubblica di impatto internazionale”. “Lasciamo che il virus faccia il suo corso – ha proseguito il virologo nel collegamento televisivo -. Tra un po’ sapremo molto di più sul virus. Quante persone ci sono che hanno avuto contatto, quante si sono ammalate, quant’è il vero tasso di mortalità.” Bastano pochi secondi di colloquio col prof. Giorgio Palù, che ci risponde telefonicamente, per capire che è una persona schietta e che sugli argomenti che riguardano la sua specialità che non le manda a dire. A una nostra domanda su quali possono essere gli effetti dell’isolamento del virus, recentemente ottenuto da tre ricercatrici dell’INMI Lazzaro Spallanzani di Roma, come diffuso e sottolineato a caratteri cubitali da tutti gli organi di informazione, risponde seccamente che “si tratta di una non-notizia, fatta passare come scoperta scientifica”, che il virus “era già stato isolato, sequenziato e caratterizzato da altri” e che il laboratorio dello Spallanzani “non ha fatto altro che il compito che gli viene richiesto”. Schiettezza che, come leggerete, il nostro autorevole interlocutore non ha certamente messo in disparte rispondendo alle tre domande di InformaSalute Italia.

Prof. Palù, perché sul cosiddetto nuovo Coronavirus c’è tutta questa grande attenzione? Tutto questo rumore attorno al virus “cinese” è motivato?

C’è lo stato di attenzione perché siamo di fronte a un virus nuovo, che ha incontrato l’homo sapiens per la prima volta e che è di origine zoonotica, cioè trasmesso dagli animali. È quindi un salto di specie. È un virus molto contagioso, con la potenzialità di diventare pandemico. Lo scorso 30 gennaio l’OMS ha dichiarato per questo virus la “Public Health Emergency of International Concern”, “Emergenza di Salute Pubblica di Interesse Internazionale”.

Perché, dopo tutto il mese di gennaio in cui siamo stati raggiunti dalle notizie sulla diffusione del nuovo Coronavirus in Cina, in Italia il virus è arrivato così all’improvviso, con tutti i casi positivi rilevati nelle zone focolaio in così pochi giorni?

Il periodo di incubazione del virus va da 1 a 14 giorni.

È probabile che qualcuno infetto sia tornato in Italia dalla zona epicentro. Se il virus è stato introdotto da un soggetto portatore che non presentava i sintomi, è difficile ricostruire l’andamento epidemico. Si sapeva che i nuovi focolai si erano spostati in Corea del Sud e in Iran. Il caso dell’Italia ci fa pensare che si sia trattato di un evento stocastico, casuale. Nel periodo finestra in cui l’epicentro del contagio era in Cina sono rimasti inascoltati gli appelli all’isolamento fiduciario di chi rientrava nel nostro Paese dalle zone a rischio.

Da giorni e giorni siamo bombardati da dibattiti, approfondimenti, trasmissioni televisive sul Coronavirus. Non è che su questo virus, al di là della giusta considerazione su un argomento comunque rilevante per la popolazione, si sta parlando un po’ troppo?

Sono un po’ stanco di ripetermi. Basta parlare del virus con sociologi, nutrizionisti, politici e politologi, virologi improvvisati. Più ne parliamo e più la politica alimenta il dibattito. Facciamo la gara a chi è il migliore, nel frattempo ci hanno messo gli altri in quarantena abbattendo le nostre risorse economiche per i prossimi cinque anni. C’è la rincorsa a chi è più bravo a fare i tamponi, continuiamo a farci male e siamo riusciti a farci mettere in quarantena persino dalla Croazia. Sono stufo che si parli a vanvera. Io non dibatto più di queste cose, l’ho detto anche a Floris in televisione. Lasciamo che sia il virus a parlare. O diventa epidemico o si estingue, oppure ritornerà l’anno prossimo sotto forma di semplice raffreddore. Sul virus avremo notizie molto presto. Stanno già lavorando su tre prototipi di vaccino. Perché la scienza non sta ferma.

Alessandro Tich

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