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leggere etichette alimentari

Etichette alimentari: ecco come leggerle!

leggere etichette alimentari

Etichette alimentari: impariamo a leggere la carta di identità degli alimenti!

Leggere le etichette nei prodotti alimentari diventa indispensabile sia per la conservazione, per la data di scadenza ma soprattutto, per chi è intollerante o allergico a certi tipi di prodotti. Inoltre saper leggere le etichette alimentari diventa un aiuto anche per chi vuole risparmiare. Per saperne di più, chiediamo alcuni chiarimenti alla Dott.ssa Lucia Cortese, dirigente medico del servizio Igiene Alimenti e Nutrizione Ulss 15 di Camposampiero.

Dott.ssa Cortese, le etichette alimentari sono obbligatorie, quanto importante è saper leggere le etichette e perché?
L’etichettatura degli alimenti rappresenta un fondamentale canale comunicativo tra il produttore e il consumatore. L’etichetta alimentare “racconta” la storia dell’alimento; è, quindi, la sua carta d’identità. Saper leggere correttamente un’etichetta diventa essenziale per un acquisto consapevole e responsabile, in linea con le necessità del consumatore stesso. Negli Stati membri dell’Unione Europea è in vigore, dal dicembre 2014, una nuova normativa, il Reg. 1169/2011, che armonizza a livello Comunitario tutte le informazioni che un alimento deve riportare per garantire al consumatore il massimo della trasparenza. Le informazioni che troveremo in ogni etichetta riguardano la composizione dell’alimento, ossia: gli ingredienti, la presenza di eventuali allergeni, la curabilità (intesa come limite di utilizzo dell’alimento), le modalità di conservazione, il paese d’origine e la dichiarazione nutrizionale. È evidente, quindi, che saper leggere bene tutte queste informazioni, può fare la differenza tra una scelta ragionata ed una affidata alle sole abitudini, che a volte possono portarci fuori strada. Saper leggere la “carta d’identità” di un alimento, permette al consumatore di acquistare un prodotto in modo “consapevole”.

Le etichette alimentari sono sempre chiare?
Non sempre; o meglio, la norma descrive come le etichette alimentari devono essere costruite, sia in termini grafici che di informazioni per una fruibilità “universale”. Tuttavia il nuovo Regolamento Europeo ha creato un ‘gap’ informativo che, soprattutto nel mercato italiano, ha registrato numerosi disappunti: mi riferisco alla sede dello stabilimento di produzione dell’alimento, che ora può essere omesso a favore del solo obbligo di indicazione della sede legale del produttore. E’ chiaro che, in questo contesto, possono crearsi delle situazioni in cui il consumatore non sa esattamente dove l’alimento sia effettivamente prodotto. Ad esempio: un’azienda con sede legale in Italia, ma con lo stabilimento di produzione all’estero crea indubbiamente un corto circuito sulla reale chiarezza informativa che deve accompagnare un alimento. A proposito, lo scorso mese, il Consiglio dei Ministri italiano, unico fra gli Stati Membri, ha approvato uno schema di disegno di legge per la reintroduzione dell’obbligo dello stabilimento di produzione in etichetta per i prodotti italiani, commercializzati in Italia. Ciò dimostra da un lato che la norma europea può essere migliorata, tenendo conto delle varie realtà nazionali in cui si intercala e, dall’altro, la necessità di porre sempre in primo piano la salute dei consumatori a fronte di logiche economiche e di mercato.

Ci spieghi la differenza delle frasi “da consumarsi entro” o “da consumarsi preferibilmente entro.
Ogni alimento prodotto o trasformato ha una “vita commerciale”, ovvero un periodo superato il quale esso può diventare un pericolo per la salute dei consumatori oppure può perdere alcune proprietà organolettiche, come sapori, odori, colore o alcuni macro e micronutrienti. Ma andiamo con ordine poiché gli alimenti non sono tutti uguali. Il termine “da consumarsi entro”, identificabile con la più familiare “data di scadenza”, è il periodo oltre il quale l’alimento può diventare potenzialmente pericoloso per la salute umana, a fronte della perdita delle condizioni di sicurezza necessarie per il suo consumo. Sono alimenti classificati come deperibili e/o altamente deperibili, le cui caratteristiche chimico-fisiche e microbiologiche dopo un lasso di tempo diventano incompatibili per il consumo e l’alimento diviene pericoloso. Facciamo un esempio: il latte, lo yogurt, la mozzarella o i prodotti ittici conservati sottovuoto (come il filetto di salmone, trota etc.) sono alimenti che devono essere consumati entro la data di scadenza, poiché dopo tale periodo vengono a crearsi dei processi che portano l’alimento ad essere pericoloso per la salute umana a causa della crescita di alcuni batteri o la formazione di processi putrefattivi. Al contrario, la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” indica quel termine oltre il quale l’alimento mantiene le sue caratteristiche di sicurezza per il consumo, ma perde alcune caratteristiche organolettiche legate alla presenza di determinati macro o micronutrienti (es: ferro/vitamine), sapori e/odori. Altro esempio: i biscotti, le fette biscottate, i crackers o altri prodotti da forno possono essere consumati anche dopo il loro “periodo minimo di conservabilità”, ma possono risultare poco gradevoli per la perdita di alcune caratteristiche, come la fragranza, l’umidità etc.; ciò non comporta automaticamente la pericolosità per la salute di chi li consuma. L’alimento in questo caso, ragionevolmente e se ben conservato, è ancora adatto al consumo, ma perde il proprio tipico gusto e può risultare meno gradevole ai consumatori. E’ tuttavia consigliabile che il consumo dell’alimento avvenga entro le indicazioni riportate sull’etichetta alimentare alla condizione di averlo conservato seguendo quanto dettato dal produttore.

Come si fa a riconoscere un cibo prossimo alla scadenza?
Imparando a leggere correttamente l’etichetta alimentare ove è indicato il giorno e/o mese e l’anno di scadenza. Un consiglio utile potrebbe essere quello di non generare una scorta in casa cospicua dello stesso alimento, per evitare, così uno “sforamento temporale” che potrebbe portare all’assunzione di alimenti potenzialmente non sicuri e generare, poi, un inutile spreco alimentare.

Ci può descrivere la differenza tra allergia ed intolleranza?
Gli alimenti sono necessari al nostro sostentamento, ma alcuni di essi possono creare danni anche molto seri in alcuni soggetti che manifestano alcune reazioni avverse, di varia entità. Si può parlare di una vera e propria allergia quando essa viene diagnosticata dal medico allergologo con esami diagnostici precisi e scientificamente validati. L’allergia coinvolge una reazione acuta del sistema immunitario, con la produzione di anticorpi specifici (IgE) più meno violenta verso una sostanza identificata come estranea (allergene) e, quindi, potenzialmente dannosa per l’organismo. Una reazione allergica, se non opportunamente trattata, può evolvere in uno shock anafilattico con conseguenze molto gravi (anche mortali se non si interviene tempestivamente!). L’intolleranza è meno grave dell’allergia, perchè non coinvolge direttamente una reazione acuta del sistema immunitario, ma può generare reazioni specifiche e aspecifiche sistemiche: in questo caso gli anticorpi prodotti sono diversi da quelli prodotti nelle reazioni allergiche (soprattutto IgM) e danno delle reazioni meno gravi (es. rossore, prurito, lieve orticaria ecc.), ma non compromettono la vita del soggetto. E’ bene ricordare, comunque, che la diagnosi viene fatta dal medico a seguito di test di laboratorio : sono da evitare autodiagnosi o affidarsi ad evidenze empiriche (non scientifiche).

L’allergene nell’etichetta è sempre indicato?
Certamente! Deve essere obbligatoriamente indicato: il Regolamento Comunitario 1169/2011 identifica, l’obbligo della dichiarazione degli allergeni in etichetta e indica al contempo nell’Allegato II, 14 classi di allergeni. La loro omissione è una violazione molto grave della norma ma, soprattutto, pone il consumatore ignaro in una situazione potenzialmente di grave pericolo per la propria salute. E’ facoltà del produttore individuare la modalità con la quale comunicare la presenza di allergeni all’interno del proprio prodotto (es. il carattere con cui viene scritto). A tal proposito è bene precisare che tutti i produttori e/o trasformatori di alimenti (es. pizzaioli, ristoratori, centri di cottura, ecc.) devono evidenziare/dichiarare nel “prodotto finito” la presenza o meno di allergeni compresi nelle 14 classi sopra indicate.

Un consumatore attento, per gradi, cosa deve fare davanti ad un prodotto surgelato come acquisto alimentare?
Non entro in merito ai prodotti surgelati definiti “piatti pronti” che sono alimenti sicuri se si rispetta la catena del freddo, ma dal punto di vista nutrizionale meritano una considerazione a parte, e per questo non sono oggetto della mia risposta. Prendo invece in considerazione i prodotti surgelati quali carne – pesce e verdure: questi alimenti, che spesso sono considerati dal consumatore finale un “alimento conservato”, sono parificabili al prodotto “fresco” dal punto di vista nutrizionale, pertanto devono godere di un’attenzione particolare per non perdere queste caratteristiche. Dal momento dell’acquisto deve trascorrere il minore tempo possibile prima di riposizionarli in casa a temperatura negativa (-18°C) per un consumo postumo e questo nel rispetto della catena del freddo; è utile, in questo caso, munirsi di borsa termica al momento dell’acquisto. E’ necessario ricordare che è da evitare di “ricongelare” gli alimenti che si sono accidentalmente scongelati: è meglio consumarli “subito”. Invece, nel caso di utilizzo dell’alimento surgelato è bene evitare lo scongelamento a temperatura ambiente: tale procedura va eseguita nel frigorifero di casa ad una temperatura compresa tra +5/+10°C. In tal modo viene garantita l’igiene, vengono evitate possibili contaminazioni ambientali e le caratteristiche organolettiche rimangono inalterate. Anche in questo caso una corretta lettura dell’etichetta risulta essenziale per le corrette modalità di conservazione ed utilizzo del prodotto acquistato.

Ultima domanda, Dott.ssa Cortese c’è un disegno di legge che propone la reintroduzione obbligatoria dello stabilimento di provenienza. Secondo Lei, quanto potrebbe contribuire in termini salutari questo reinserimento?
Sicuramente, come accennato poc’anzi, la reintroduzione obbligatoria dello stabilimento di produzione è uno strumento essenziale per il consumatore che vuole ottemperare ad un acquisto consapevole, come già precedentemente sostenuto per una attenta lettura dell’etichetta. E difatti, la legittimità di tale atto legislativo sta nell’art. 38 del Regolamento 1169 stesso, che prevede una maggior tutela della salute del consumatore. Sapere, nell’ottica della trasparenza, dove l’alimento viene materialmente prodotto, è sempre un’arma vincente in mano a tutti noi consumatori per orientare le nostre scelte verso prodotti di maggior qualità che possono aver un effetto positivo sulla nostra salute. Ricordiamoci che la trasparenza è la base fondamentale per una chiara informazione tra produttore e consumatore.

di Endrius Salvalaggio

Endrius Salvalaggio

Redazione InFormaSalute

Dr.ssa Lucia Cortese

Dirigente Medico del SIAN (Servizio Igiene Alimenti e Nutrizione) dell’Ulss n 15

InForma Salute
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