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L’ipocondriaco: in letteratura è il “malato immaginario”?

Romano Clemente Intervento del prof. Elso Simone Serpentini, storico, filosofo e scrittore Gli psicologi la chiamano “ipocondria”, ma si potrebbe definire anche “patofobia”. Consiste nell’essere eccessivamente preoccupati, nei casi estremi addirittura ossessionati, dalla paura di essere affetti da gravi patologie. Ogni esame clinico o diagnostico, anche di routine, costituisce per chi soffre di questo malessere, di natura evidentemente psicologica, un’ardua prova, determinando uno stato di ansia, di paura e di grande tensione, spesso incontrollabile. Esso finisce con il determinare dei sintomi oggettivi, quali palpitazione, tachicardia, sudorazione improvvisa, difficoltà di controllo delle proprie emozioni e del ragionamento. In un numero ridotto di casi si hanno comportamenti parossistici che richiedono senz’altro un intervento continuativo di psicoterapia, alla ricerca delle cause remote di un disagio esistenziale che può avere varie origini, tutte nascoste nel subconscio, e che può portare a manifestazioni classificabili come veri e propri disturbi psichici. La letteratura si è occupata ampiamente di questa “sindrome del malato immaginario” e l’opera più nota è quella del commediografo francese Molière, scritta nel 1673 e rappresentata da allora in tutto il mondo. Chiediamo al prof. Elso Simone Serpentini, storico, filosofo e scrittore, quali sono i rapporti tra l’ipocondria come disturbo psicologico e la “malattia immaginaria” come argomento letterario. – Prof. Serpentini, il “malato immaginario” di Molière è un ipocondriaco? – “Si e no. Lo è fino ad un certo punto. La letteratura prende ispirazione dalla realtà, e spesso anche dalla medicina, e la trasfigura. A parte il caso di Molière, che quando scrisse la sua celebre opera era tutt’altro che un malato immaginario, tanto è vero che malato lo era veramente e morì poche ore dopo aver portato a termine, da attore, la prima rappresentazione della sua opera,  l’ipocondria presenta senza dubbio aspetti specifici che la psicologia spiega, la psichiatria cura nei casi più gravi e la letteratura si limita a rappresentare. – Ci sono autori che nelle loro opere hanno rappresentato ancor più da vicino la classica ipocondria piuttosto che la “sindrome della malattia immaginaria”? – “Molti scrittori, filosofi, intellettuali e perfino attori sono stati affetti dalla classica ipocondria, ma non l’hanno evocata direttamente nelle loro opere, quasi temendo di farlo. Si colgono però accenni frequenti a questo malessere, anche in forme parossistiche, sempre nascosti nelle forme della trasfigurazione artistica. Gli scrittori ipocondriaci più noti sono Baudelaire, Hemingway, Giuseppe Berto, tra i  filosofi vanno segnalati Nietzsche e Kierkegaard, tra gli attori Peter Sellers e David Niven… ma l’elenco sarebbe troppo lungo. Tutti hanno raccontato e descritto i tipici sintomi dell’ipocondria, anche in forme gravi, con una completa perdita di controllo delle facoltà razionali, le quali, invece che aiutare l’ipocondriaco, gli sono nemiche e lo fanno sprofondare ancora di più nel tunnel nel quale periodicamente precipita. – Gli psicologi riferiscono l’ipocondria ad una eccessiva e infondata  preoccupazione per la propria salute. In letteratura come viene rappresentata? – “La definizione più chiara ce l’ha data Giuseppe Berto, che ha parlato di “male oscuro” e ha dato proprio questo titolo alla sua opera più nota. Nel romanzo, autobiografico, Berto svolge una vera e propria ricerca psicoanalitica, cercando di scoprire le radici della sua sofferenza. L’ipocondria si presenta, nelle persone che ne sono affette, con caratteri specifici, collegati ad elementi di genesi individuale nell’insorgere del malessere, tipicamente esistenziale. Ma sono ravvisabili caratteri generali, che gli autori che ne hanno parlato hanno messo bene in evidenza, al di là di ogni possibile considerazione psicologica o di ogni valenza psicoterapeutica.  – Come si manifesta l’ipocondria, stando a chi ne parla facendone una descrizione letteraria? – “Come una parossistica e ossessionante attenzione ai recettori del dolore, avvertendo soggettivamente i sintomi di una patologia anche solo sentendoli descrivere e così come si immagina che essi si presentino in chi è davvero malato. Una parte della ragione, l’immaginazione produttiva, fa intravedere cupi scenari come conseguenza della malattia, interpreta ogni dato clinico come una conferma della stessa. Non si arresta nemmeno davanti ad un esame diagnostico o ad una visita clinica che la escludano. In quest’ultimo caso, la ragione, che diventa nemica, invece di aiutare a superare il problema, lo aggrava, con capziose argomentazioni, arrivando anche ad ipotizzare che il risultato dell’esame diagnostico sia errato o che il medico si sia sbagliato anche lui. C’è poi un particolare aspetto che può risultare particolarmente stressante nei casi più gravi. – Quale? – “Molto spesso l’ipocondriaco, anche quando è riuscito a tranquillizzarsi e a convincersi di non essere affetto da una determinata patologia, comincia a percepire, soggettivamente, i sintomi di un’altra e, quindi, appena uscito da un tunnel entra subito in un altro, ripetendo ossessivamente esami diagnostici e consultando più medici specialistici, con ripetute crisi di panico e di mancanza di controllo razionale delle proprie fobie. L’ipocondriaco ha paura non solo di essere malato, ma perfino di potersi ammalare ed estende questa paura, che è una vera e propria fobia, anche ai suoi famigliari, finendo con il vivere in un continuo stato di fibrillazione emotiva. Questo è il fulcro del rapporto tra letteratura e depressione.

Redazione InFormaSalute

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