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infarto silente

Sotto pressione

A cura della redazione

Ne parla il dr. Giampietro Beltramello, primario di Medicina Interna dell’Ospedale di Bassano

Talvolta può “suonare” un campanello di allarme: come un mal di testa, un senso di stordimento o un senso di malessere in generale. Ma in molti casi non presenta alcun sintomo e compare pertanto in modo “silenzioso”: se non controllata e curata, può quindi dare il primo segno di sé con una complicanza acuta che è spesso grave come l’infarto di cuore o la trombosi cerebrale. Parliamo di ipertensione arteriosa, patologia tra le più diffuse che ci fa capire quanto sia importante misurare periodicamente e regolarmente la pressione, e sulla quale interpelliamo il dottor Giampietro Beltramello, primario di Medicina Interna dell’Ospedale di Bassano del Grappa.

“L’ipertensione arteriosa – spiega il dr. Beltramello – è un problema che nasce quando aumenta, in maniera anomala, la pressione arteriosa e cioè la “forza” con la quale il sangue circola nei vasi arteriosi e preme sulle pareti delle arterie stesse.

Una persona è ipertesa, e soffre cioè di ipertensione arteriosa, quando si misura la pressione al braccio e il valore che risulta è superiore a 140 per la cosiddetta pressione “sistolica” o “massima” e superiore a 90 per la pressione “diastolica” o “minima”. I numeri 140 e 90 sono riferiti ai millimetri di mercurio, che sono l’unità di misura della pressione. Sotto questi valori, la pressione del sangue è considerata nella norma, ma anche qui dobbiamo fare delle distinzioni. Nelle classificazioni più recenti, ad esempio, si parla di pressione arteriosa “normale-alta” per chi ha la massima compresa fra i valori 130 e 139 e la minima fra 85 e 99.”

“Le cause dell’ipertensione – aggiunge il primario – sono prima di tutto genetiche: come una persona può ereditare, dai genitori e dagli antenati, i tratti somatici così può ereditare la predisposizione ad avere una pressione arteriosa elevata.

E’ però opportuno ricordare che esistono molti casi di ipertensione arteriosa senza famigliarità, che non differisce per nulla da quella in cui si identifica chiaramente una ereditarietà ed è gravata dalle stesse complicanze.”

“Va detto tuttavia – sottolinea il nostro interlocutore – che nella stragrande maggioranza dei casi chi soffre di ipertensione, per quanto predisposto geneticamente, ci ha messo ampiamente “del suo” con le cattive abitudini di vita: come un’alimentazione scorretta con aumento del peso, una dieta eccessivamente ricca di sale, il fumo ed una scarsa attività fisica. Bisogna poi specificare che la pressione arteriosa varia con l’età, tendendo ad aumentare con il passare degli anni a causa di un certo irrigidimento delle arterie. La pressione dipende infatti anche dall’elasticità dei vasi arteriosi: più questi sono rigidi e più è alta. E’ soprattutto la “massima” quella che tende ad aumentare in questi casi, per cui è frequente trovare soggetti anziani con una pressione arteriosa massima superiore a 180, mentre la minima è ancora nella norma, e cioè sotto i 90. Questo tipo di ipertensione viene denominato “ipertensione sistolica isolata”, ed è altrettanto dannosa dell’ipertensione arteriosa “classica”, cioè l’ipertensione con entrambi i valori della massima e minima che sono al di sopra dei limiti normali.”

“Esistono poi – prosegue il primario – le cosiddette ipertensioni “secondarie”, che rappresentano una percentuale piccola del fenomeno ma che non vanno trascurate. Si chiamano secondarie perché sono dovute o ad una produzione eccessiva di alcuni ormoni da parte di due ghiandole che si chiamano surrenali (perché anatomicamente sono “adagiate” al di sopra dei reni), o ad alterazioni della circolazione delle arterie renali, oppure ad un’assunzione incongrua ed esagerata di varie sostanze che in alcuni soggetti “sensibili” possono essere responsabili di aumento della pressione, come ad esempio alcuni spray nasali, che contengono cortisone o anfetamine, oppure la liquirizia.”

Una patologia da tenere costantemente sotto controllo, per prevenire le possibili serie conseguenze: “Valori elevati di pressione arteriosa sono considerati essere la causa più importante di episodi acuti di trombosi cerebrale, responsabili di gravi danni neurologici con paralisi spesso permanente di metà del corpo, ed in alcuni casi anche causa di morte. L’ipertensione arteriosa può danneggiare fortemente anche il muscolo cardiaco, con ingrossamento del cuore e perdita con il tempo della funzione di pompa. La pressione alta può quindi portare a gravi episodi di scompenso di cuore, con mancanza di respiro, gonfiore alle gambe e limitazione dell’autonomia funzionale del soggetto. L’ipertensione è anche una delle cause più importanti dell’infarto cardiaco, assieme al diabete, al fumo e al colesterolo elevato. Un altro organo che risente molto dei valori alti di pressione arteriosa è il rene, che può essere danneggiato in modo irreversibile dall’ipertensione. Alcuni pazienti possono andare incontro a danni tali da dover essere trattati con dialisi, per l’insufficienza funzionale totale dei reni.”

Come va curata l’ipertensione arteriosa? “La prima cosa a cui pensare, come sempre, è lo stile di vita, che a sua volta dipende dalla capacità e dalla volontà del paziente di curarsi – risponde il dr. Beltramello -. Bisogna calare di peso se si è in soprappeso. Limitare l’assunzione di sale a non più di 4-5 grammi al giorno. Abolire il fumo e l’alcool. Si deve svolgere in maniera abituale, e non casuale o sporadica, dell’attività fisica “aerobica”, e cioè di resistenza. Oggi abbiamo a disposizione dei farmaci molto potenti e molto efficaci per controllare l’ipertensione arteriosa, ma non c’è dubbio che la vera arma terapeutica è rappresentata dalle concrete abitudini di vita del paziente. Basti pensare che un calo di peso di 5-6 chilogrammi e l’attività fisica abituale si sono dimostrati essere in grado di ridurre la pressione arteriosa quanto l’uso contemporaneo di due farmaci ipotensivi, che servono cioè per l’abbassamento della pressione.”

Quali sono dunque i valori più “giusti” di pressione arteriosa che dobbiamo raggiungere?

“Non esiste un valore standard, uguale per tutte le persone – chiarisce il direttore della Struttura di Medicina Interna del San Bassiano -. Il nostro obiettivo, nei confronti di un paziente, non è tanto quello di ridurre la pressione arteriosa quando questa presenta valori elevati, quanto quello di ridurre il rischio cardiovascolare globale del soggetto che il medico ha di fronte. Voglio spiegarmi meglio: se un paziente ha l’ipertensione ma non è obeso, non fuma, non è diabetico e non ha il colesterolo elevato, si può considerare “ben controllato” quando, con la terapia farmacologia e le buone abitudini di vita, riesce a raggiungere valori di pressione arteriosa inferiori a 140 per la massima, e a 90 per la minima. La situazione è ben diversa se invece la persona è diabetica, oppure ha già avuto un infarto o presenta altri fattori di rischio. In questo caso i valori di pressione arteriosa che si devono raggiungere con la terapia dovranno essere inferiori, rispettivamente, a 130 e a 80: e anche meno, se i valori sono ben sopportati da quel soggetto. La terapia dell’ipertensione arteriosa va quindi “modulata” a seconda delle caratteristiche cliniche del paziente e delle eventuali malattie concomitanti che il soggetto presenta. Essa dovrà essere molto più aggressiva nei diabetici e nei cardiopatici.”

 

Dr. Giampietro Beltramello

Primario di Medicina Interna dell’Ospedale di Bassano


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