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QUELLA DIALISI CHE RIDONA LIBERTÀ

Intervista al dottor Paolo Lentini, Direttore UOC Nefrologia e Dialisi ospedale di Bassano AULSS 7 Pedemontana.

Dal mese di dicembre dello scorso anno, è stato nominato primario del reparto di Nefrologia e Dialisi, il dottor Paolo Lentini, forse uno dei più giovani primari avendo compiuto quest’anno quarantadue anni. Figlio di un ematologo, ha scelto questa specializzazione per la passione che provava durante le lezioni di fisiologia renale. Lavora presso l’Ospedale “San Bassiano” dal 2009 e ha compiuto precedentemente una lunga esperienza formativa con il Prof. Ronco presso la Nefrologia di Vicenza, occupandosi prevalentemente di trattamenti dialitici in area critica, nei casi di infezioni severe, dopo incidenti o avvelenamenti o dove comunque era necessario eseguire una depurazione ematica immediata in pazienti con condizioni estremamente gravi.

Dottore, qual è secondo lei il futuro della dialisi in termini tecnologici?

Sicuramente la tecnologia in campo dialitico è in costante e progressiva implementazione. Appare evidente che alcune tecniche metodiche trovino applicazioni tecnologiche che fino a cinque, dieci anni fa apparivano difficilmente ipotizzabili. In particolare mi riferisco allo sviluppo delle membrane per dialisi e allo studio dei materiali di cui risultano costituite (polimeri), che rappresenta una materia in costante, progressiva evoluzione. Questa permette, al momento, di ottenere una depurazione ematica e al contempo di ridurre l’infiammazione del paziente che si sottopone a dialisi, utilizzando materiali sempre più biocompatibili.

Sappiamo che la dialisi, nel tempo ha assunto varie forme…

Certo, emergono nuovi tipi di dialisi che permettono la loro attuazione non necessariamente in un contesto ospedaliero ma anche al di fuori, presso strutture residenziali sanitarie e anche a domicilio del paziente. In questo senso è doveroso sottolineare come il futuro sembra prendere a braccetto il passato. La dialisi peritoneale è una tecnica “storica” ma purtroppo molto meno conosciuta dell’emodialisi tradizionale, che, dopo una opportuna preparazione (training) presso il centro nefrologico può essere eseguita in autonomia dallo stesso paziente, presso il suo domicilio e qualora necessario supportato da un “care giver.” Il vero scoglio che sembrava fino a poco tempo fa insormontabile era permettere a questo tipo di pazienti, sempre più anziani, gravati di comorbilità e spesso con gravi problemi di mobilità, di essere supportati nel loro percorso dialitico senza allontanarsi dalla propria abitazione. Questo argomento diviene, fra le altre cose, particolarmente rilevante alla luce dei recenti episodi pandemici.

Parliamo delle diverse dialisi…

L’emodialisi in ospedale è una metodica efficace ed efficiente che deve permettere in poche ore (circa 12 ore a settimana) di ottenere quello che i nostri reni eseguono 24 ore su 24, ogni giorno. Questo comporta, specie nelle prime settimane di trattamento fenomeni quali stanchezza, nausea e riduzione dei valori della pressione arteriosa che nel tempo si riducono ma che all’inizio possono anche scoraggiare il nostro paziente.

La dialisi Peritoneale si avvicina molto di più alla fisiologica funzione dei reni operando infatti circa 8-9 ore ogni giorno; in questo modo l’adattamento del nostro corpo a questo “aiuto” esterno è molto più agevole e permette una migliore adattabilità del paziente alla tecnica e gli effetti spiacevoli sono molto molto ridotti.

Inoltre l’impatto in termini di comfort è di gran lunga migliore visto che il paziente può eseguirla di notte durante il riposo e a casa propria.

Qual è la difficoltà di scegliere una dialisi piuttosto di un’altra?

Una difficoltà, in realtà c’è. Non tutti i centri in Italia propongono la dialisi peritoneale; questa tecnica necessita di esperienza e di un team dedicato (medici, infermieri, operatori) che selezionino e addestrino il paziente e i suoi familiari.

A volte però la presenza di barriere sociali, culturali o semplicemente abbandono e solitudine fanno propendere per la dialisi in ospedale. La dialisi peritoneale è particolarmente versatile: va benissimo per i pazienti giovani, nel nostro centro per esempio, seguiamo pazienti che necessitano di eseguire viaggi aerei e conducono una vita attiva, e, allo stesso tempo va bene anche per il paziente anziano, che se ben supportato dal nucleo familiare può eseguire la dialisi peritoneale senza controindicazioni particolari.

Parliamo di numeri rispetto ad una trentina di anni fa…

Facciamo un salto all’indietro iniziando a dire che la dialisi iniziò a Seattle negli anni ‘60. I macchinari per la dialisi, allora, erano talmente pochi che scegliere chi poteva beneficiarne fra tutti i pazienti, era difficile.
E così c’era un consulto in paese a cui partecipavano il sindaco e il prete, decidendo quale persona fosse la persona più meritevole o che avesse più speranza di lunga vita… Adesso ci troviamo in una situazione antitetica: anche oltre gli 80 anni possiamo offrire al nostro paziente più di una opportunità. 

Cosa manca da fare?

La dialisi peritoneale è sicuramente più pratica, costa meno e può contribuire a ridurre l’impatto sanitario, economico e sociale dell’insufficienza renale cronica.

Per ottenere il decisivo salto di qualità credo sia arrivato il momento di riuscire a creare un solido progetto di telemedicina e, nel caso della nefrologia di teledialisi: con le tecnologie a nostra disposizione possiamo infatti permettere al paziente, specie se anziano e con problemi di mobilità non solo di poter seguire la sua dialisi a domicilio ma anche di monitorare il suo stato di salute “da remoto”: esistono infatti software ed applicazioni che insieme a dei sensori ci permettono di sapere guardando un video oltre ai numeri che provengono dalla macchina da dialisi anche peso, pressione e parametri del sangue allo scopo di ridurre i viaggi in ospedale, ma anche le medicazioni e le valutazioni in presenza solo ai casi di reale necessità.

Questo processo, specie se applicato in larga scala permetterebbe inoltre di rendere la cure più accessibili e meno costose rendendo pertanto possibile e fruibile la dialisi per molti più pazienti, che spesso in aree geograficamente o socialmente disagiate non possono usufruire di questo trattamento salvavita.

Passi da gigante in questo campo ma quali potrebbero essere le nuove frontiere?

Oltre alla telemedicina, senza dubbio incentivare le donazioni di organi per il trapianto e le nuove frontiere tecniche e di ingegneria genetica per la creazione del rene indossabile e del rene chimerico.

Lei è diventato primario del reparto al San Bassiano. C’è qualche azione che bisogna fare per migliorare?

C’è sempre margine per migliorare… Trovo che ci voglia una costante e crescente attenzione alla persona, in primis, al di là del mero discorso tecnologico. La qualità della cura dipende direttamente e in modo determinante dal molto tempo che noi dedichiamo ai pazienti che condividono con noi le loro ansie e le loro paure.

A volte basta mettere un attimo da parte la terminologia medica e affrontare le domande semplici dei pazienti offrendo risposte semplici: “Cosa posso mangiare?”, “Posso andare in vacanza?” “Posso fare una passeggiata in montagna?”

Ecco l’ascolto insieme alla tecnologia sono i due elementi, a mio parere, in grado di offrire una vera umanizzazione delle cure.   

Cosa dire ad un paziente al quale viene diagnosticata l’insufficienza renale e che sa che dovrà iniziare la dialisi e modificare qualche sua abitudine?

Il nostro staff medico e infermieristico ormai possiede una grande dose di empatia: diciamo sempre di non vedere la realtà della dialisi come la si dipinge ma di viverla.

Le opzioni ci sono e insieme sceglieremo quella migliore, tra tutte le possibili.

Dopo qualche settimana, alla comparsa dei primi miglioramenti dall’inizio della dialisi, spesso avviene il miglioramento clinico, ritornano le forze e si ritorna ad eseguire attività impensabili fino a poco tempo prima.

Tutti noi ci rendiamo conto che non è facile. Il nostro staff, i nostri pazienti, i loro familiari, i loro amici; riteniamo che la dialisi non debba essere vista come una maledizione ma come un modo di  continuare con dignità e benessere a vivere pienamente la vita di tutti i giorni, assaporando il dono della vita.

Angelica Montagna

Direttore Responsabile

InForma Salute
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