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A tutto screening

Alessandro Tich Ce ne parla il dr. Yoram Jacob Meir, primario di Ginecologia dell’Ospedale di Bassano E’ possibile diffondere buone notizie parlando di tumori? Sì, soprattutto se ci occupiamo di prevenzione. E la buona notizia è che il carcinoma del collo o cervice dell’utero – patologia oncologica tra le più diffuse nella popolazione femminile fino ad alcuni decenni fa – oggi non fa più paura. E questo grazie agli strumenti di prevenzione (Pap Test in primis) mirati proprio al cervicocarcinoma e ai programmi di screening che ormai da una ventina d’anni si rivolgono a tutte le donne nella fascia di età a rischio. Per saperne di più ci rivolgiamo al dr. Yoram Jacob Meir, direttore della Struttura Complessa di Ginecologia dell’Ospedale di Bassano del Grappa, che ce ne parla assieme alla dr.ssa Barbara Giacomazzo e alla dr.ssa Daniela Perin, entrambe ginecologhe presso il medesimo reparto del “San Bassiano”. – Dottor Meir, parliamo dunque di prevenzione del tumore al collo dell’utero e dell’importanza, a tale riguardo, del Pap Test… “Lo screening citologico o Pap Test in realtà è stato il primo screening oncologico di massa in tutti i sensi. Attualmente nel campo della prevenzione oncologica abbiamo lo screening citologico, lo screening mammografico, lo screening del tumore del colon retto e, anche se non ancora scientificamente validato, lo screening del tumore alla prostata negli uomini. Lo screening è un mezzo di prevenzione primaria, possibilmente, nel senso di riuscire a individuare nella popolazione generale una sotto-popolazione ad alto rischio di sviluppare un tumore prima che il tumore sia manifesto. C’è quindi una differenza sostanziale tra screening e diagnosi. Lo screening deve avere alcune caratteristiche. Le principali sono: che abbia un costo non elevato (per applicarlo a una grande fetta di popolazione), non deve essere molto impegnativo per il paziente in modo che ci sia un’adesione importante, la patologia che viene ricercata deve essere una patologia di una certa rilevanza dal punto di vista clinico e la patologia, una volta riscontrata, deve essere suscettibile di trattamento.” – Qual è dunque la caratteristica del Pap Test? “Dal punto di vista statistico, lo screening deve avere un alto valore predittivo positivo, cioè ci devono essere pochi “falsi negativi”. L’ideale è che tutti quelli che hanno un rischio di sviluppare la patologia vengano scoperti dallo screening. Quindi con il Pap Test – che prende il nome dal suo ideatore Georgios Papanicolaou, la cui prima pubblicazione sul test risale al 1943 – si è visto che studiando le cellule prelevate dalla cervice uterina, colorate e messe su un vetrino (nella procedura del Pap Test originale) potevano avere caratteristiche pre-cancerose, di vario grado. Si era evidenziato che il tumore del collo dell’utero non compariva “d’emblée”, ma in una sequenza di alterazioni cellulari di gravità crescente fin quando la cellula non diventava tumorale effettiva.” – Cos’è cambiato con l’introduzione del Pap Test, ovvero dello screening citologico nei programmi di prevenzione primaria? “Fino agli anni ’50-’60 il tumore del collo dell’utero, escludendo il tumore della mammella, era il tumore più frequente della sfera genitale femminile. Il merito del Pap Test è quello di aver fatto quasi scomparire, laddove lo screening viene fatto in maniera sistematica, il tumore del collo dell’utero. Infatti oggi è molto più frequente il tumore dell’endometrio (il “corpo” dell’utero) che non il tumore del collo, che nelle nostre realtà del Nord Italia è diventato, tra la popolazione italiana, estremamente raro. Mentre purtroppo al giorno d’oggi lo troviamo in diversi casi di donne provenienti dall’Est Europa, laddove non c’era un efficace programma di screening per il cervicocarcinoma.” – Su cosa si basa dunque, fondamentalmente, la prevenzione? “Le ricerche intorno al cervicocarcinoma hanno messo in evidenza che il tumore del collo dell’utero, nella stragrande maggioranza se non nella totalità dei casi, origina da un’infezione da parte del papillomavirus umano HPV. Questo negli ultimi vent’anni ha portato a investire notevoli risorse nella ricerca di un vaccino e di mezzi alternativi o complementari al Pap Test. Così attualmente vi è intanto a disposizione il vaccino per il papillomavirus che copre due tipi virali a rischio, cosiddetti oncogeni, che coprono circa il 75% di tutte le lesioni tumorali o pre-tumorali della cervice. La campagna di vaccinazione iniziata nel 2008 è attualmente destinata alle ragazze al 12° anno e questo in linea di principio dovrebbe ridurre ulteriormente, nel corso degli anni a venire, l’incidenza del tumore al collo dell’utero. Dal punto di vista diagnostico, inoltre, il Pap Test è stato raffinato e si è passati da una metodica di “striscio” sul vetrino a una cosiddetta metodica “su strato sottile in fase liquida” che in pratica migliora notevolmente il numero dei Pap Test adeguati. Ancora dal punto di vista diagnostico viene utilizzato il cosiddetto Test HPV che consiste sostanzialmente nel ricercare nel materiale prelevato la presenza di ceppi virali a rischio oncogeno, ovvero del Dna virale di ceppi a rischio, e che in alcuni Paesi viene proposto attualmente come sostituto del Pap Test.” – Cosa viene fatto nella nostra realtà? “La campagna di screening è iniziata in Italia nel 1994 e le pazienti, reclutate con una lettera, sono le donne dai 25 ai 65 anni di età. L’invito al Pap Test è triennale. Se il test risulta alterato la paziente viene ricontattata e sottoposta a ulteriori accertamenti secondo protocolli nazionali che possono prevedere colposcopia con eventuali biopsie e, quando necessario, l’HPV Test. Gran parte delle lesioni riscontrate non necessitano di terapia immediata ma di controlli periodici perché in un’alta percentuale regrediscono spontaneamente entro di due anni. Se invece la lesione riscontrata necessita di trattamento la paziente viene inviata nelle strutture di riferimento dell’Ulss n.3.” – In definitiva, quali sono le informazioni più importanti da tenere in mente per la prevenzione del tumore al collo dell’utero? “Le informazioni più importanti da sapere sono fondamentalmente tre. La prima è che è molto importante aderire al programma di screening. La seconda è che anche le ragazze vaccinate devono aderire successivamente a un programma di screening, perché la copertura del vaccino non è totale. La terza è che un’infezione da papillomavirus non equivale a un tumore del collo dell’utero. Circa l’80% delle donne sessualmente attive contraggono il virus almeno una volta nel corso della loro vita, ma il sistema immunitario della maggior parte delle donne riesce a eliminare o a limitare gli effetti dannosi del virus.” Va ricordato infine che esistono più di 100 tipi di Papillomavirus HPV, ma soltanto 13 sono quelli a rischio oncogeno. La vaccinazione anti-HPV, inoltre, è gratuita per le ragazze di 12 anni ma è possibile eseguirla fino ai 45 anni di età.

Alessandro Tich

Condirettore

Dr. Yoram Meir

Primario di Ginecologia dell’Ospedale di Bassano

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