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STEFANIA DE PEPPE: QUELL’ISTANTE CHE TI CAMBIA LA VITA.

Intervista a STEFANIA DE PEPPE modella, attrice, doppiatrice.

Angelica Montagna

Stefania la conosco tramite il web, quello spazio infinito spesso demonizzato che se usato bene, può produrre invece anche nuove conoscenze che talvolta diventano veramente profonde. Conosco Stefania De Peppe, prima per il suo essere ottima doppiatrice, (chi scrive ha frequentato il corso di doppiaggio all’Accademia del Cinema di Bologna) ma quel che mi sorprende di questa donna, è il suo coraggio di raccontare giorno dopo giorno, il suo calvario. Non parla di moda, potrebbe farlo benissimo, o di bellezza (ne avrebbe ogni diritto), nemmeno di cinema, ma di forza, coraggio, speranza, riuscendo a darla lei stessa a noi che la leggiamo, scrivendo che ce la farà, che andrà tutto bene, che non dobbiamo preoccuparci… Una storia che va avanti da tre anni e che non riesce a farti staccare gli occhi dal monitor, aspettando giorno dopo giorno, le sue notizie. E la domanda che nasce spontanea: “ma questa super donna, da dove esce?”  Decido di intervistarla, è più forte di me, e di raccontarvi la sua incredibile storia.

Andiamo con ordine: tu nasci come attrice-doppiatrice ma anche nella moda, è esatto?
Sì, ho iniziato quando ero bambina, facevo la modella e proprio da lì ho iniziato a fare servizi fotografici, sfilate e poi piano piano ho iniziato a fare spot pubblicitari. La cosa mi divertiva, tanto da che da più grandicella ho trascinato anche mio fratello, molto titubante ma che poi è diventato attore e cantante.

La tua carriere non si è fermata lì…
No di certo. Mentre giravo spot pubblicitari e lavoravo nella moda per diletto (e per guadagnare qualche soldino) ho continuato gli studi “classici” diventando poi art director creativo per un’agenzia di pubblicità. Nel tempo libero ho continuato a studiare dizione, recitazione e poi anche doppiaggio. Casualmente, 23 anni fa, ho iniziato a incidere jingle pubblicitari e a doppiare spot radio e tv per prodotti dedicati ai bambini, finché la mia voce non è stata notata da un collega (ad oggi anche caro amico) e, su suo suggerimento, ho iniziato la carriera di doppiatrice. Per natura sono una persona estremamente precisa, quindi ho studiato molto negli anni per professionalizzarmi e migliorare sempre di più.

Tra l’altro ti sei anche sposata con un direttore di doppiaggio, vero?
Eh, vedi la vita, com’ è a volte? Nella sala di doppiaggio ho conosciuto Marcello che è mio marito, siamo insieme da 16 anni e siamo sposati da 7 e abbiamo fatto due stupendi figli assieme. Luca di 14 anni e Alessandro di 9 e anche loro doppiano. Hanno cominciato proprio da piccolini, sono preziose le voci dei bambini per il doppiaggio e sono veramente predisposti, anche perchè la cosa è vissuta in modo ludico.

Tutto bello, come in una favola a lieto fine, ma… Con te c’è un “ma” di troppo. La tua vita cambia, inaspettatamente…
Cambia il 5 ottobre del 2017 alle 12.30. Io ero proprio in doppiaggio, stavo facendo un turno per dei videogiochi  e quando dico che le cose non capitano mai per caso, questo sembra veramente essere il segno del destino. Sono vegana da 26 anni, e quando lavoro non mi devo appesantire altrimenti è difficile doppiare. Tendo quindi a portarmi delle barrette proteiche.
Quel giorno, tuttavia, preferisco andare  a fare una bella passeggiata fuori, all’aperto in quella bella giornata ottobrina che regalava un sole ancora tiepido e decido, guarda caso, di andare a mangiare al parco. Ci vado, ma vedo facce che non mi piacciono e allora cambio idea e decido di andare a vedere cosa mi suggerisce il menù di un ristorante che mi era stato segnalato, poco lontano, un nuovo ristorante bio.
Ma al ristorante non ci sono mai arrivata perché proprio davanti alla porta d’ingresso quando stavo per entrare accade un incidente: uno schianto tra due macchine, dovuto al fatto che un ragazzo è uscito da uno stop e ha preso in pieno il furgoncino di una ragazza. Il tempo di sentire il rumore, di girarmi a guardare, di rendermi conto in frazioni di secondo di che cosa stesse accadendo… Di cercare di proteggere la parte destra del corpo. Fino a lì c’ero riuscita ma purtroppo la gamba sinistra era più avanti e la macchina si è schiantata sul marciapiede, schiacciando la gamba contro il muro e fratturandola in 42 punti.

E poi cosa è successo?
Sono rimasta vigile tutto il tempo, ho cercato di chiamare per avvisare mio marito ma il cellulare si era rotto nell’impatto così violento. Sono sriuscita a dare il numero ai passanti e loro lo hanno avvisato.

E da lì, inizia il calvario…
Ad oggi ho subito 24 interventi, quasi tutti in anestesia generale, i primi molto ravvicinati perché purtroppo ci sono stati dei grossi problemi dovuti al tipo di “trauma da schiacciamento” riportato. Inizialmente vengo ricoverata al Policlinico di Milano dove rimango per 2 mesi, mi mettono placche e viti per ridurre le frattura multipla, esposta e scomposta; durante la lunga degenza, malauguratamente, contraggo un’infezione ospedaliera, causata da un batterio molto difficile da debellare. Nel frattempo riscontrano un danno neurologico che mi toglie sensibilità dal ginocchio in giù, oltre a un problema cutaneo e vascolare, causato dal tipo di trauma. A quel punto le cose si complicano e vengo trasferita all’ Ospedale Niguarda, in chirurgia plastica, dove viene asportata la parte necrotica cutanea. Le cose peggiorano ulteriormente, la gamba si gonfia e mi viene diagnosticata una trombosi arteriosa profonda che causa un’irrimediabile necrosi dei muscoli e dei tessuti molli. Per miracolo però il piede rimane vivo e vascolarizzato, grazie al mio corpo che comincia a creare dei circoli collaterali venosi (ossia altre vene create ex novo per irrorare di sangue le estremità). I chirurghi intervengono per cercare di evitare l’amputazione della gamba e iniziano ad asportarmi alcuni dei muscoli che stavano “morendo”. Segue un altro mese di ricovero, dove per ben tre volte mi si prospetta il rischio di amputazione sopra al ginocchio. E’ quasi Natale e vengo a sapere che il rischio ormai è diventato una certezza. A quel punto, una dottoressa che aveva lavorato con il dottor Massimo Del Bene, primario di Chirurgia plastica ricostruttiva e microchirurgia della mano dell’Ospedale San Gerardo di Monza, decide di chiamarlo d’urgenza e tentare il tutto per tutto. Io avevo già sentito parlare molto di lui tempo prima: inizialmente, dal Policlinico, avrei dovuto essere portata nel suo reparto a Monza anziché a Niguarda. Ma le cose sono andate diversamente… Ad oggi lo considero un po’ il mio angelo custode perché se ho ancora una gamba e se un giorno riuscirò a camminare nuovamente, lo dovrò a lui e al suo genio, ma soprattutto al coraggio che ha dimostrato nel volersi far carico di un caso complesso (e a detta di molti “perso”) come il mio.

Cosa succede a questo punto, con il tuo “angelo custode”?
Era il 22 dicembre: lui era già in ferie ma decide di venire ugualmente a visitarmi a Niguarda. Non dimenticherò mai le sue parole: “Stefania, se lei è d’accordo, la porterei da me a Monza oggi stesso e domani mattina alle 8 la vorrei operare per provare a salvare questa “benedetta gambetta”. Io non faccio miracoli, ma se c’è anche una sola possibilità, io ci provo. Ho ancora la mentalità della “vecchia scuola”: io non amo amputare, preferisco ricostruire…”

Quindi ti senti incoraggiata…
Molto di più: rincuorata.
Sento finalmente una mano amica che mi prende e mi porta via da quell’inferno. È esattamente questa la sensazione che ho avuto! Lui è davvero un fuoriclasse nel suo campo, ha fatto operazioni che sembrano impossibili con traguardi a dir poco sbalorditivi, come l’aver eseguito il primo e unico trapianto di entrambe le mani, andato a buon fine! Pur essendo un luminare, lui è stato l’unico medico a parlare direttamente con me come a una persona e non a una paziente, in una maniera così umana ed empatica che mi ha colpita. Perché questa è una delle sue qualità: oltre che un grande professionista, il Dott. Del Bene è un uomo empatico, con un gran cuore. Così mi ha ricoverata la sera stessa a Monza e il giorno dopo, il 23 di dicembre, mi ha operata riuscendo a fare il miracolo di salvarmi la gamba. Ma quel Natale mi ha fatto anche un altro immenso regalo: sapendo che ero una madre ricoverata già da tre mesi e che i miei figli li vedevo soltanto una volta ogni due settimane, mi ha concesso di trascorrere qualche ora a casa, con la mia famiglia, il giorno di Natale. Che emozione! Non la dimenticherò mai…

Adesso a che punto sei arrivata?
Ho combattuto (e forse vinto!) per due anni contro 3 diverse infezioni non previste che mi hanno portato a fare terapia antibiotica in vena ogni giorno, weekend e festività compresi. Inoltre le molteplici fratture non si saldavano, nonostante l’uso di svariati fissatori interni e poi esterni. A quel punto, sempre grazie al dott. Del Bene (vedi che è proprio il mio angelo custode?) ho conosciuto un altro luminare, il dott. Alexander Kirienko , chirurgo ortopedico russo, specializzato in infezioni ossee, allungamento degli arti e fratture complesse, il quale mi ha accorciato di 4 cm la tibia, eliminando una porzione pluriframmentata dell’osso, e consentirle finalmente di saldarsi. Per fare questo mi ha applicato un fissatore esterno circolare, chiamato Ilizarov.  Il Dott. Kirienko è il massimo esperto di questo fissatore e dei suoi molteplici usi ed è stimato a livello internazionale per la sua professionalità e la sua tecnica. Se tutto andrà come deve, tra qualche mese rimetteremo l’Ilizarov e procederemo a riallungare la gamba. Nel frattempo cammino con un tutore e le stampelle.

Come ti ha cambiato la vita questa esperienza?
Di base sono sempre stata una persona molto positiva, determinata, volitiva. Ho praticato tanto sport anche a livello agonistico e devo dire che questo mi ha aiutato, perchè sono stata abituata ad avere degli obiettivi e a sudare per raggiungerli. Ho anche una soglia alta del dolore e questo ha giocato un ruolo fondamentale. Ma una cosa importante credo di averla capita. La vita è così, per certi versi beffarda, per altri compassionevole: succedono delle cose, a volte anche molto brutte, ma è proprio grazie a queste situazioni che la vita ci permette di incontrare persone straordinarie in grado di affiancarci e supportarci lungo il nostro tortuoso cammino. Ecco, se devo dire,  c’è una cosa che mi ha stupito:  le tante persone che non conoscevo e che mi hanno scritto, e ancora adesso mi scrivono, dopo che ho iniziato a tenere una sorta di diario pubblico su facebook… L’avevo fatto inizialmente per tenere aggiornati gli amici che mi chiamavano continuamente sul cellulare per sapere come stavo, per avere notizie sui progressi ecc… Chiaramente, essendo in un ospedale, non potevo rispondere spesso per non dare fastidio alle compagne di stanza, o perché ero in camera iperbarica, o a fare delle visite, così avevo pensato di aggiornali quotidianamente tramite la mia pagina facebook. Poco alla volta hanno cominciato a seguirmi, a scrivermi e a condividere le loro storie personali  sempre più persone, per lo più sconosciute, dimostrandomi un grandissimo supporto e un affetto che mai avrei immaginato… Sorprendente questa cosa, davvero!

Questo popolo ti ha caricata…
Ho “conosciuto” persone con di quelle situazioni che mi ritenevo fortunata poi alla fine. C’ è una solidarietà incredibile, anche all’interno dell’ospedale fra pazienti, infermieri, medici, che ti fa sentire fortunata di essere ancora qua, se ci penso veramente, avrei potuto non essere viva a raccontare questa mia storia.

Quanto la tua famiglia ti ha aiutata?
I miei figli sono la mia forza. Mio marito ha dovuto dall’oggi al domani fare tutto quello che facevo io, accudire ai bambini, ai loro ritmi, lavorare… Venirmi a trovare… Il grandicello ha aiutato il fratellino anche i una maniera pratica ed aveva undici anni… Eccezionali!

Come giudichi questa tua esperienza di vita?
Ultimamente è un pò “abusata”, ma parlerei di RESILIENZA, ossia il saper  trovare risvolti positivi anche nelle avversità… E poi apprezzare tutto, anche cose semplici che a volte diamo per scontate, come camminare con le proprie gambe. Quando vedo la gente camminare per strada senza stampelle e tutore, come invece sono costretta a fare io, penso che non si rendano conto del grande privilegio che hanno. Purtroppo si tende a dare tutto per scontato…

Cosa ti sentiresti di dire, in conclusione?
Direi che non siamo in grado di capire quanto possiamo essere forti, finché essere forti è l’unica cosa che ci resta. Io credo profondamente che la vita sia fatta dal 10% di ciò che ci capita, ma che il 90% sia rappresentato da come noi decidiamo di affrontare ciò che ci accade. Ricordo che in ospedale una donna ha perso gambe e braccia nel giro di poche ore, ma che forza ed energia ha dimostrato! Quindi, mai lasciarsi andare, mai piangersi addosso altrimenti è finita davvero.

E un consiglio per cercare di vivere bene?
Togliersi tutte quelle problematiche che ci creiamo noi stessi e che il più delle volte non sono reali. A volte ripenso a com’ero prima dell’incidente: una donna, un’ attrice, un’ex modella che con il corpo ci lavorava e che per questo si faceva mille problemi per quei microscopici buchini di cellulite, o per i fianchi larghi, o le cosce muscolose non sufficientemente snelle come le avrebbe volute… Adesso mi dico “cosa non darei per riavere le gambe di prima, con la loro cellulite, i muscoli ipertrofici, magari con qualche rotolino in più, ma sane e funzionanti!” Sembra retorico ma è così: non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati quando siamo in salute! E poi, altra cosa importante su cui dovremmo riflettere tutti quanti è “il vivere ADESSO”, nel “QUI e nell’ORA”. Invece siamo sempre focalizzati sul futuro, o ancorati al passato…  Viviamo ogni giorno con consapevolezza: solo così potremo, con semplicità d’animo, apprezzare ogni momento della nostra vita, accettando tutto quello che arriverà… anche quell’istante del 5 ottobre di tre anni fa, che mi ha cambiato la vita… perché a volte l’imprevedibile diventa inevitabile.

Angelica Montagna

Direttore Responsabile

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