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Voglio una vita tecnologica

Alessandro Tich Incontro con Davide Cervellin, presidente della Fondazione Efesto di Loreggia   “Quando un cieco vede oltre” è il titolo di uno dei suoi libri. E Davide Cervellin, cieco dall’età di 16 anni a causa della retinite pigmentosa, è davvero una persona che guarda ben oltre l’orizzonte reso buio dal suo senso visivo. Imprenditore di successo nel campo delle tecnologie compensative per le persone disabili, Cervellin dedica da sempre buona parte del suo tempo alla promozione di una nuova cultura nel campo della disabilità.  Un approccio che reclama ad alta voce il diritto dei “portatori di handicap” sensoriali o motori di non essere considerati solo ed esclusivamente come soggetti da assistere ma anche e soprattutto come risorse da valorizzare, in grado di conquistare il traguardo più importante per una qualità della vita accettabile: la propria autonomia. Una vita indipendente che significa utilizzo di computer, screen reader, display braille, sintetizzatori vocali, tastiere virtuali, comunicatori: dove non arriva la vista, dove non c’è più la la voce o dove si fermano le mani o le gambe subentrano le soluzioni tecnologiche. Una missione che Cervellin ha messo in pratica fondando undici anni fa a Loreggia il Centro Efesto, diventato da quest’anno Fondazione. Una struttura il cui obiettivo principale è la realizzazione dell’autonomia delle persone disabili attraverso le tecnologie più all’avanguardia, con progetti di autonomia personalizzati che coinvolgono anche le varie istituzioni di riferimento della persona disabile: Asl, scuole, centri per l’impiego e centri di riabilitazione compresi. La sua attività, di imprenditore e comunicatore, è instancabile. Già presidente della Commissione handicap di Confindustria, continua a girare per l’Italia in incontri che lo vedono come ospite e in eventi da lui stesso organizzati. La sua “visione” delle tecnologie per l’handicap lo ha portato spesso a precorrere i tempi. E’ stato lui, tra le tante cose, l’ideatore di “Lucy”, la “casa-ufficio intelligente”: un’unità mobile che riunisce in pochi metri quadrati tutte le opzioni a disposizione dei disabili per il controllo a distanza delle più diverse esigenze domestiche – dalla mobilità, alla comunicazione e all’utilizzo degli elettrodomestici – anticipando le odierne frontiere della domotica e conquistando, già anni fa, le prime pagine dei giornali. Scrittore e opinionista, Cervellin è uno che non le manda certo a dire – sulla stampa e in televisione – sui problemi e le barriere culturali che circondano ancora oggi l’universo della disabilità. E che ha avuto il tempo e la voglia di abbattere un’altra barriera: quella di dimostrare che essere cieco non impedisce in alcun modo di lavorare la terra, che è la sua grande passione. E’ diventato “Davidino il contadino”, coltiva la vite e l’ulivo sui Colli Euganei e produce vino e olio extravergine: guidando anche il trattore, dotato di speciali sensori di posizione. E’ spesso un personaggio scomodo: ma è inevitabile per chi, come lui, sostiene che l’ultimo pensiero per un portatore di handicap è quello di piangersi addosso, che bisogna superare i luoghi comuni che ci portano a trattare i disabili con pietismo e che i limiti e i problemi di queste persone sono anzi le basi di partenza per valorizzare le loro capacità residue.  – Davide Cervellin, che cos’è la salute per un disabile? – “La salute, per un disabile, vuol dire riuscire a fare, compatibilmente con la propria condizione, tutte le cose che appartengono alla quotidianità: avere relazioni, muoversi, comunicare, avere la propria sfera personale, poter studiare, svolgere un’attività lavorativa dove il lavoro dà valore alla persona. Per il disabile la salute assume il significato di dimostrare a se stessi e agli altri che si hanno e si possono esprimere abilità.”  – Quali sono gli ostacoli che impediscono una piena autonomia personale di molti disabili? – “Il problema è che nel nostro Paese è ben sviluppato l’aspetto curativo. E’ invece assolutamente ancora poco conosciuto l’aspetto compensativo. Quando il disabile non è più cliente di un medico entra in un limbo, non c’è più attenzione perché non ha bisogno di cure, diventa un soggetto di serie B. E’ un meccanismo che crea dei disabili emarginati, che rischiano di vivere in uno stato di abbandono perché non hanno gli strumenti per una maggiore autonomia nella vita quotidiana. E’ il primo punto che differenzia noi e i Paesi del Nord. Sono reduce da un bellissimo viaggio in Germania, Olanda e Belgio e per l’ennesima volta, con piacere ma anche con rabbia, ho constatato che in questi Paesi l’attenzione al dopo-medico e al dopo-cura, per i disabili, è molto elevata. Sono Paesi che hanno capito che se la collettività risolve il problema di quella persona, la collettività sta meglio perché c’è qualcuno con un problema in meno.”  – Quindi l’Italia, in questo settore, ha ancora tanto da imparare? – “Assolutamente. E’ stupefacente constatare che un Paese piccolo come l’Olanda abbia un mercato di tecnologie per disabili superiore all’Italia, che ha 60 milioni di abitanti. E per queste tecnologie non c’è una spesa passiva, con utilizzo di risorse pubbliche a fondo perduto, ma c’è di fatto – attraverso l’autonomia, e quindi il benessere e la salute – la produzione di lavoro e di reddito per tanta gente. Come mai le più note aziende di soluzioni tecnologiche per i disabili non si trovano in Paesi come il nostro, con un numero di disabili di gran lunga superiore? Sono realtà con un mercato grande, che hanno sviluppato metodi, approcci e organizzazione. La più importante società di stampanti per ciechi si trova in Norvegia. Eppure la Norvegia ha appena 4 milioni di abitanti ed una percentuale di ciechi bassissima.”   – Come spiega allora l’interesse per le tecnologie compensative in Paesi dove la popolazione disabile, in proporzione, non è più di tanto rilevante? – “La qualità della vita e della salute in questi Paesi è collegata alla differenza di mentalità e concezione. Sempre in Olanda è stato realizzato il braccio robotico che permette, a chi è senza mani, di avere capacità prensile. Sono soluzioni che permettono di dare a una persona in quella condizione la consapevolezza di cosa può fare da solo.”  – E allora come se ne esce? – “Se in nostro Paese è in declino, è anche per queste piccole cose. Il modello vecchio  è superato, oggi la nuova necessità è quella di dare risposte a esigenze che non hanno risposta. La miopia del sistema non tiene conto che in Italia ci sono circa tre milioni di persone in condizione di disabilità. E’ un fenomeno osservato con poca attenzione. Perché non diamo risposte a questi tre milioni di cittadini, dotandoli di strumenti diversi per bisogni diversi che oggi non possono essere soddisfatti? Non possiamo sempre consolarci dicendo che il Veneto è indietro, rispetto ai paesi avanzati scandinavi e non solo, per la disabilità.”

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